Le campagne elettorali sono ricche di parole ma spesso povere di numeri. Su alcuni in particolare colpisce il silenzio o l’imbarazzante approssimazione: come nel caso dei numeri sui migranti e quelli relativi al mercato del lavoro degli in Italia e in Europa.

Sul numero dei migranti, additati da certa propaganda elettorale come protagonisti di una “invasione” destinata a mutare l’identità dell’Europa (sempre che ce ne sia una sola), si preferisce sorvolare ed evitare confronti tra Italia e altri Paesi UE. Forse per non rivelare che la presenza dei residenti stranieri sulla popolazione totale è molto più alta altrove che in Italia: in tutti i Paesi UE supera di diversi punti l’8,3% di casa nostra, con la sola eccezione della Francia (6,9%), grazie alla sua politica delle naturalizzazioni. Se poi si puntano i riflettori sulla “pressione insostenibile” dei profughi, allora i numeri svelano differenze anche più clamorose: su 1000 residenti sono 2,8 i profughi in Italia; 11,8 in Germania; 13,1 in Austria; 17,1 a Malta e 24,1 in Svezia.

Per fare buon peso in materia, le cronache ci hanno appena svelato altri numeri sui migranti irregolari: quelli taroccati stimati dalla Lega, e inseriti nell’ormai celebre “contratto di governo” giallo-verde, sarebbero stati 500 mila. Adesso a poco più di un anno di distanza scopriamo, dalle dichiarazioni dello stesso leader della Lega, che sono 90 mila. E non perché siano stati consistenti i rientri, come promesso. Senza commenti.

Ma ci sono altri numeri che bisognerebbe avere il coraggio di mettere in evidenza nel corso della campagna per le elezioni europee: sono quelli relativi ai lavoratori in Italia e ai rischi che fa loro correre l’automazione futura.

Sui primi numeri è fresca di pubblicazione l’indagine di Openpolis. L’obiettivo per l’Italia per il l’imminente 2020 era di raggiungere un tasso di occupazione del 67%: a pochi mesi dalla scadenza siamo fermi al 63% (ma al 70,7% in Piemonte), quasi 10 punti sotto la media UE del 72,2%. E, come per il debito pubblico salito l’altro giorno al 132,2%, dietro di noi nell’UE solo la Grecia.

E non è certo rosa la classifica del lavoro femminile, con un tasso di occupazione sotto di 28 punti rispetto a quello maschile; né va molto meglio per il lavoro dei giovani: quelli che non lavorano, non studiano e non sono impegnati in percorsi di formazione (i cosiddetti Neet) sono il 23,4%, esattamente 10 punti sopra la media europea.

Questa è l’ultima più recente fotografia italiana della situazione presente, con ulteriori ombre rivelate dall’ultimo Rapporto OCSE, per il quale la quota di lavoratori sotto occupati è più che raddoppiata in Italia dal 2006 ad oggi e non annuncia giorni migliori la caduta delle qualifiche dei lavoratori nel nostro Paese, con valori molto al di sotto di quelli medi dell’area dei Paesi più sviluppati, con la conseguenza di un netto scivolamento dei salari di circa l’8% per le fasce di basso e medio salario.

Se alla stagnazione della crescita si aggiunge la debolezza della formazione professionale e l’insufficiente modernizzazione e digitalizzazione dei processi produttivi, allora non stupisce che crescano i rischi sul mercato del lavoro, come quelli indotti dai processi di automazione, stimati per l’Italia attorno al 15% dei posti di lavoro.

Questi sono numeri e non parole. Insieme ad altri appena annunciati sulla salute delle finanze pubbliche italiane e sulle ricadute di politiche come il reddito di cittadinanza e di quota 100, sarebbero argomenti di tutto rispetto per una campagna elettorale appena onesta che parli chiaro agli elettori. Possibilmente prima del 26 maggio: dopo, a inganno consumato, potrebbe essere tardi.

*(Franco Chittolina è il presidente di Apice, Associazione per l’Incontro delle Culture in Europa) nata nel 2005 per promuovere la convivenza civile e la cittadinanza attiva tra le molte culture approdate in Europa sostenendo il processo di integrazione comunitaria e operando per la rifondazione dell’Unione Europea in quella che è la nostra nuova società multiculturale)

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