E’ ricca di significati diversi l’affermazione che circolava nei giorni scorsi a Bruxelles a proposito della candidata alla presidenza della Commissione europea, Ursula von der Leyen (VLD), “la ministra tedesca che non ha i numeri”.

In prima lettura il riferimento era evidentemente al rischio di non trovare i numeri nel Parlamento europeo per vedere approvata nel corso di questa settimana la sua candidatura, proposta dal Consiglio europeo, come presidente della Commissione. Erano noti gli orientamenti contrari di alcuni gruppi politici e i malumori anche di un numero consistente di parlamentari della maggioranza che aveva espresso il presidente del Parlamento, grazie a un’intesa – anch’essa segnata da voti mancanti – tra popolari, socialisti e liberali.

A monte di tutte queste fibrillazioni pesava prima di tutto un dissenso profondo sul metodo seguito nella designazione della candidatura della signora VDL: al Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo veniva rimproverato di non aver “tenuto conto” (come previsto dal Trattato di Lisbona) dell’esito del voto di maggio, per la mancata conferma alla candidatura alla presidenza della Commissione dei “candidati di punta” (gli “spitzencandidaten).

Sfumata la designazione dello scialbo Manfred Weber, capofila del partito primo arrivato, il Partito popolare europeo (PPE), avrebbe avuto caratteristiche del tutto accettabili il “candidato di punta” socialista Frans Timmermans, bloccato dal veto della banda di Visegrad (Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca), spalleggiata per l’Italia da Salvini.

Esaurita anche questa mediazione, il Consiglio europeo si è inventato, su proposta di Emmanuel Macron magari suggerita da Angela Merkel, la candidatura di VLD, una figura che era stata del tutto estranea alla competizione elettorale dalla quale, si era raccontato, sarebbe dipesa la poltrona della presidenza del “governo” europeo, la Commissione.

La candidature di VLD è arrivata in Parlamento zavorrata da una procedura di designazione nel Consiglio europeo, dove ha prevalso la singolare squadra degli “europeisti-sovranisti”, con Macron alla testa, che hanno mortificato quel poco di democrazia parlamentare europea costruita faticosamente in questi ultimi anni.

Ma a VLD sembravano mancare anche i numeri per il suo discusso profilo personale, la sua immagine non particolarmente apprezzata nella stessa Germania, come denunciato dai socialisti al governo insieme con lei, e per la poca chiarezza degli impegni politici assunti in vista della sua eventuale presidenza alla Commissione. Un messaggio che ha contrariato i Verdi e un numero significativo non solo dei socialisti e dei liberali, ma anche di suoi colleghi del partito popolare europeo.

Ne è risultata un’occasione ghiotta per settori della destra, sovranisti compresi, di venirle in soccorso mutando seriamente il profilo politico del futuro esecutivo europeo, inquinando i numeri della maggioranza. Una prospettiva che avrebbe potuto indurre i candidati “franchi tiratori” a mandare giù il boccone amaro di un sostegno dato malvolentieri a VLD.

Un sostegno che potrebbe essere stato rafforzato dalla difficoltà per la maggioranza “europeista” di assumersi la responsabilità politica di mandare per aria l’intero pacchetto delle nomine, con il rischio di provocare una crisi politica, e forse anche istituzionale, in una stagione nella quale le turbolenze mondiali in corso consigliano all’Europa di non perdere altro tempo nel dotarsi di un “governo” rapidamente in grado di lavorare.

Franco Chittolina

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