Don Luciano Gambino, classe 1965, è stato parroco di San Lorenzo a Giaveno dal 2000 al 2003, ora è collaboratore parrocchiale a Orbassano e assistente spirituale (il buon vecchio cappellano) all’ospedale San Luigi.

Da circa una settimana è in isolamento domiciliare, dopo essere risultato positivo al tampone per la ricerca del nuovo coronavirus. Per fortuna, i sintomi che lo affliggono sono leggeri. Abbiamo approfittato di questo momento di pausa forzata per porgergli qualche domanda.

Don Luciano Gambino

 

Com’è la vita di un assistente spirituale di un grande ospedale in tempi di Covid?

Durante la prima ondata, fra marzo e aprile, ho dovuto lottare non poco per avere il permesso di entrare nei reparti ‘sporchi’. Non volevo che passasse il messaggio secondo cui la cura dello spirito è meno importante di quella del corpo, soprattutto in un momento nel quale chi combatte contro la morte lo fa da solo, senza potere ricevere la carezza di un famigliare né vedere il sorriso di un amico. Alla fine ha prevalso il buon senso e chi mi voleva al suo capezzale, anche se grave, poteva farmi chiamare”.

Una dedizione alla sua missione che ha pagato con il contagio…

In realtà, sono abbastanza certo di non essermi contagiato nei reparti Covid. Ero infatti maniacale nella vestizione e svestizione, tanto che il personale sanitario mi prendeva bonariamente in giro per la mia attenzione ossessiva: prima di togliermi il primo paio di guanti mi disinfettavo, poi mi toglievo la cuffia, poi mi disinfettavo di nuovo e avanti così per 7 o 8 volte a ogni svestizione. Ho fatto un corso apposta, quindi so come si deve fare. È più probabile che io me lo sia ‘beccato’ mentre facevo il giro in altri reparti o addirittura fuori. Non saprei con esattezza”.

Cosa le dicevano i malati più gravi?

Forse, l’esperienza più brutta si fa nei reparti di Terapia subintensiva, dove i malati gravi sono coscienti di ciò che sta loro accadendo. Qualche tempo fa ho confessato un paziente con il casco. È stato terribile: io non capivo lui, lui non capiva me. Alla fine, a fatica, mi ha scritto i suoi peccati su un foglio che ho poi naturalmente distrutto e ho quindi potuto assolverlo, ma è stata un’esperienza tremenda sia per lui sia per me”.

Servizio su La Valsusa del 12 novembre.

Alberto Tessa

Nella foto: la cappella dell’ospedale San Luigi Gonzaga di Orbassano trasformata in ospedale da campo.

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