È questa la domanda alla base dell’incontro avvenuto venerdì 23 novembre a Sant’Antonino sul tema “Cosa significano e cosa cambiano le DAT?” a cui hanno cercato di rispondere la dottoressa Susanna Zago e il dott. Andrea Manazza, oncologo e palliativista.

Quella sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento, avrebbe dovuto essere una normativa regolatrice del fine vita. L’obiettivo avrebbe dovuto essere quello di mettere ordine mentre in realtà, ha illustrato la dott.ssa Zago, “ha creato confusione anche perché, nel momento in cui si presenta un malato con un foglio attestante queste volontà, diventa difficile capire come comportarsi, soprattutto di fronte a dichiarazioni meramente verbali o affermazioni vaghe di testimoni presunti”.

Citando i casi di Terry Schiavo, Pier Giorgio Welby, Eluana Englaro e Fabiano Antoniani (in arte DJ Fabo), la dottoressa ha sottolineato come nella storia di queste persone si sia vissuto in fondo il forte dramma della sofferenza, che non può essere racchiuso in una norma, ma coinvolge tutta la persona.

Il grande quesito è chiedersi, appunto, che significato ha l’essere persona? Il dottor Manazza ha quindi esordito dicendo che “il fine vita è una sfida per il solo fatto che uno sia medico”. Questa normativa è frutto di un modo di fare medicina che distacca medico e paziente, con il quale il primo, contrariamente a quanto si insegna, dovrebbe “contaminarsi. “La sofferenza” ha continuato “deve toccarmi, altrimenti sono solo un tecnico”.

Il relatore ha poi continuato mettendo a confronto il testo della Legge 219/2017 e il DDL del 2009, che si basano su concezioni e visioni opposte rispetto alla persona e ad un passaggio “dall’autonomia relazionale”, con medico e familiari in cui la vita è qualcosa che precede la persona “all’autonomia decisionale”, in cui la vita è un bene di cui la persona dispone e sul quale decide in solitudine.

A volte, ha sottolineato il dott. Manazza, familiari e amici non sanno neanche che il paziente avesse espresso volontà sul fine vita. Leggere la legge sulle DAT richiede di evidenziarne i problemi e sottolineare il positivo, ma la stessa norma non prevede risorse per attuarlo. Per esempio, afferma che la relazione tra medico e paziente è tempo di cura ma, “di fronte ad un sistema sanitario che invia lettere di richiamo perché le visite durano più di quindici minuti, come riuscire a dedicare il giusto tempo al paziente?”.

Ciò di cui c’è bisogno non è un documento scritto, ma la vicinanza al malato”.

Senza questo non si va da nessuna parte. Interessanti le testimonianze di pazienti che hanno potuto finire la propria vita con dignità grazie alle cure palliative.

Spesso dimentichiamo che le cura palliative sono state inventate dalla Chiesa 1200 anni fa. Non è vero che la Chiesa vuole la sofferenza. Chi dice così dovrebbe aprire i libri di storia e studiare”. Grazie ha chi ha avuto fede, il dolore oggi è molto più aggredibile, come la dott.ssa Cecily Saunders, anglicana di grande fede, pioniera degli hospice e delle cure palliative.

La sfida che si profila? Guardare al desiderio di morire come un problema medico, entrando in relazione con il paziente e recuperando fino in fondo l’incontro e la relazione come uniche vie per permettere ai pazienti di chiudere la propria esistenza terrena nella vera dignità.

Una rivoluzione nel sistema sanitario attuale, ma che dovrebbe essere intrapresa da tutti coloro che hanno a cuore la vita e la persona.

Andrea Andolfatto

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