Da dieci anni don Giuseppe Viotti riposa lassù nella “Sua Grotta”, vero Santuario da Lui tanto voluta per ringraziare la Madonna dopo la miracolosa guarigione avvenuta a Lourdes nel 1947.

Maestose sono le opere compiute nei sessanta anni di permanenza a Forno di Coazze ma noi vorremmo qui ricordarlo soprattutto come parroco della parrocchia Santa Maria Assunta e San Giuseppe.

Don Viotti fece il suo ingresso come prevosto nel giugno del 1948, inviato dal Cardinale Arcivescovo Maurilio Fossati, convinto che l’aria salubre di questo borgo montano avrebbe giovato alla Sua convalescenza.

Forno a quel tempo contava oltre cinquecento persone, le borgate recavano ancora i segni della guerra, la scuola era stata completamente distrutta e le lezioni poterono continuare in un locale della casa parrocchiale. Il nuovo parroco si fece subito benvolere con la sua innata pazienza e il perenne sorriso sulle labbra, diventando ben presto amico di tutti: sia di coloro che frequentavano più assiduamente le funzioni che di coloro che erano poco presenti.

Egli non aveva mai un rimprovero per nessuno, perché ben sapeva che anche i parrocchiani “poco presenti” alle funzioni lo avrebbero sorpreso con la loro devozione per i Santi Antonio Abate e da Padova o per la molto venerata Madonna del Carmine.

Egli stesso proveniva dal “mondo rurale”, era nato a Stupinigi in una cascina dell’Ordine Mauriziano, pertanto fu sempre legato ai riti propiziatori di preghiera per un proficuo raccolto che permettesse il sostegno delle famiglie che dipendevano quasi esclusivamente dai frutti della terra.

Ecco allora le Sacre Rogazioni, la benedizione delle campagne nel giorno di San Marco e a novembre la festa del ringraziamento.

Il suo sconfinato amore per la Madonna lo portava a compiere pellegrinaggi sulle nostre montagne che affrontava con passo deciso senza mai smettere di pregare e cantare le lodi: al Roubinet, al colle della Roussa, al Chargeour, al Colletto, al Rocciamelone.

Al Roubinet saliva in processione attraverso il vallone della Balma dove all’alpeggio una breve sosta permetteva di bere un bicchiere di latte e di benedire le baite.

Dopo le Sante Messe ascoltate in vetta, i pellegrini si ritrovavano al Pian dei Loson per il pranzo e sovente Don Viotti si univa ad un improvvisato coro per qualche canto di montagna.

La sua discesa verso Forno avveniva lungo il vallone del Rocciavrè per salutare i margari e benedire l’alpeggio omonimo.

Nell’agosto del 1949 guidò un pellegrinaggio di parrocchiani al Rocciamelone; ecco il suo ricordo sul bollettino parrocchiale “Squilli Alpini” del mese di settembre:“… parteciparono 61 parrocchiani, una parte dal Chargeour, Col delle Benne, scese a Villarfocchiardo-Borgone, mentre l’altra passò per Avigliana…alle ore 20 della sera si giungeva tutti a piedi della Madonna…al mattino alle 3,30 si iniziarono devotamente le preghiere, le suppliche e i canti. Alle 4,30 fu celebrata la Santa Messa cantata “De Angelis”… si ripartì dopo il canto del “ Magnificat” alle ore 6,30…Erano le ore 17 ed eravamo tutti in parrocchia con il cuore gonfio di gioia, di visioni belle e di cari ricordi…” .

L’incontro più cordiale e fraterno tra noi parrocchiani ed il “nostro” parroco avveniva sicuramente in occasione della benedizione delle case.

Don Viotti benediva ogni angolo, anche quelle baite ormai disabitate e al termine della benedizione c’era un ulteriore momento intimo di preghiera con le famiglie che gli raccomandavano un ammalato, un anziano, una particolare difficoltà.

Tutti i bambini lo attendevano con gioia, poiché sempre dal suo lungo abito talare spuntavano le caramelle. Le famiglie offrivano soprattutto uova, burro e formaggi che il “chierichetto” deponeva nella sua gerla.

Col passare degli anni Forno si andava spopolando ed i parrocchiani erano sempre di meno ma egli, nonostante le innumerevoli incombenze (case accoglienza dei bambini, lavori al Santuario), non venne mai meno ai suoi impegni di parrococome la recita del Santo Rosario nelle case delle varie borgate, sempre coadiuvato dalle “Mamme” e da Don Rolle, trovando sempre il tempo per “ascoltare” tutti, parrocchiani e non.

Non mancavano momenti di svago con le rappresentazioni teatrali e la proiezione di film nel “salone parrocchiale” stipato all’inverosimile,con le enormi bobine di pellicole che si strappavano frequentemente.

Da “buon pastore” accompagnava con partecipazione e devozione i suoi parrocchiani anche “nell’ultimo viaggio”. Nella dipartita di qualcuno tutto il paese si stringeva silenzioso ai famigliari partecipando alla sepoltura, la cui funzione, tra canti e preghiere, andava ben oltre le due ore.

Nel 1997, in occasione della benedizione della nuova Cappella del Chargeour (sorta sul sito di quella vecchia che un giovane Don Viotti aveva inaugurato nel 1948), salì lassù per l’ultima volta,compiendo il tratto finale sul ripido prato che tante volte aveva percorso con passo veloce, in compagnia di Monsignor Franco Peradotto, a bordo della carriola a motore utilizzata per portare a monte il materiale per la costruzione.

Monsignor Peradotto era una persona di vasta cultura con una proprietà di linguaggio non comune, per anni era stato presidente della Federazione Italiana Settimanali Cattolici; durante la Santa Messa, concelebrata anche con Don Claudio Giai Gischia, Monsignor Peradotto tenne l’omelia e parlando della straordinaria vita di Don Viotti e delle opere da Lui compiute lo chiamò “Venerabile”.

A don Viotti sfuggì un leggero cenno del capo come per dire “esageruma nen”. A dieci anni dalla Sua scomparsa, con profonda gratitudine,  ci permettiamo di ricordare “Padre”, come amava essere chiamato, colui che raduna le sue pecore eindica loro la retta via, convinti che il titolo di  “Venerabile” sia indubbiamente riduttivo.

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