C’era una volta una scrittrice con un sogno nel cassetto: esprimersi a parole, dare vita a storie, raccontare la Val di Susa da un punto di vista nuovo e dedicare anima e cuore ai suoi lettori, interagendo con loro, ascoltandoli. Il suo nome è Elena Latry, ha trent’anni, vive a Susa e recentemente ha pubblicato il suo ultimo racconto, L’ululato del lupo primordiale; la storia, ambientata nelle nostre terre nel 1985, ha come protagonista apparente un giovane addestratore di cani nordici che vuole capire cosa sta accadendo attorno a lui, nel suo territorio. Entriamo più nel merito della trama, del significato del racconto e del lavoro svolto dalla scrittrice.

Ciao Elena. Raccontaci un po’ di più del tuo ultimo racconto, “L’ululato del lupo primordiale”.

elena latry

L’ululato del lupo primordiale fa parte di una serie di racconti che compongono la collana del mistero de I semi del male crescono a ridosso dei fiumi color porpora. La storia è ambientata nel 1985, periodo in cui la Val di Susa iniziava ad aprirsi a modifiche ambientali in nome del progresso e delle esigenze del nostro vivere contemporaneo: infatti, gli anni Ottanta hanno iniziato a portare all’ideazione del progetto dell’autostrada e al potenziamento delle centrali elettriche. In questo contesto si inseriscono numerosi misteri, dal ritrovamento del corpo di un cacciatore disperso alla moria dei cani che senza un apparente motivo si uccidono, governati da una volontà cosciente e razionale scatenata da piccoli terremoti sismici simili ad un lungo ululato rabbioso. Non si riesce a comprendere il motivo di tale fenomeno e il protagonista decide di indagare.

I suoi sospetti cadono direttamente sui metalli radioattivi della nuova galleria idroelettrica che stanno finendo di costruire nel cuore della Val Cenischia. Per qualche anziano nativo dei luoghi della Val Cenischia è il fiato del lupo della montagna, che vuole reclamare la sua valle, e chi lo sentirà è condannato alla morte. La Val di Susa è così proiettata fra la modernità tecnologica e la riscoperta del valore e del sentimento di legame fra l’uomo e la montagna. Inevitabilmente ad essere protagonista non è l’uomo e la sua tecnologia, ma la natura stessa. Questo è l’atteggiamento che vivono i miei personaggi della storia: il loro disorientamento e il timore di non comprendere i fenomeni li porta a cercare la tradizione e la leggenda, spingendoli a cambiare forzatamente mentalità e a trovare l’equilibrio perduto”.

Su quali piattaforme è uscito, come è possibile reperirlo?

“Pubblico autonomamente su piattaforme digitali come Amazon e su alcuni blog per scrittori esordienti, ma utilizzo anche i canali Facebook e Youtube; mi piacciono, sono veloci e mi coinvolgono nella progettazione editoriale, così posso sempre imparare e capire cosa e come migliorarmi. La tecnologia ha permesso di dare un nuovo profilo comunicativo a molti artisti ed è bello condividerlo con i lettori. I lettori grazie ai social network con me sono molto coccolosi, mi seguono, sanno confortarmi e darmi consigli quando ho titubanza nel presentare le storie nuove o scegliere i titoli. Cerco di coinvolgerli il più possibile perché trovo che sia importante per uno scrittore attingere idee e sfumature differenti dai suoi stessi lettori”.

Che lavoro di ricerca c’è dietro ogni tuo romanzo o racconto? Come ti informi, come approfondisci prima di scrivere?

“Ci si informa sempre anche solo facendo una passeggiata, notando dettagli nuovi sulla stessa strada che percorriamo ogni giorno. Uno scrittore fa questo a mio avviso, cerca di osservare e di prendere nota su ogni cosa – una chiacchierata con qualcuno, un sogno o vecchi giornali di qualche anno prima – perché le storie che si scrivono, di qualsiasi genere, sono sempre l’interfaccia della realtà. Come ho scritto nella mia raccolta di poesie e racconti La porta dalla bocca dissacrata, ogni cosa può portare una emozione”.

C’è un filo conduttore che collega le trame dei tuoi racconti?

“Mi piace credere che il filo conduttore sia sempre quello dell’uomo che cerca le proprie radici, che cerca la conferma di essere cosciente in quello che fa: nella propria natura, nel proprio credo, nella propria intimità. Ma poi ci si rende conto che non si manovra nessun timone nella propria essenza di essere ciò che si è. Quando la conferma viene meno, allora è un atto d’ amore accettarsi: la conferma che cerchiamo è nell’accettazione di ciò che si è”.

Intervista completa su La Valsusa di giovedì 19 novembre.

Ilaria Genovese

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