Una sedia di legno, una vecchia valigia di cuoio e una chitarra.

Sono stati soltanto questi gli oggetti di scena utilizzati da Simone Cristicchi durante la sua esibizione in “Esodo”, racconto che sarebbe riduttivo definire “spettacolo teatrale”, rappresentato sabato 16 febbraio al Teatro Fassino di Avigliana, nell’ambito del Festival “Borgate dal Vivo” organizzato da Alberto Milesi.

Una sedia come se ne trovano ancora a migliaia, insieme a vario mobilio mai reclamato, accatastate nel Magazzino 18 del Porto Vecchio di Trieste, centro di smistamento delle centinaia di migliaia di profughi istriani che, nell’arco di circa un decennio, fra il 1945 e il 1957, dovettero abbandonare l’Istria, la Dalmazia e Fiume, luoghi della Serenissima, terre irredente che il Tricolore lo videro sventolare soltanto dopo la vittoria dell’Italia sull’impero austroungarico e soltanto per poco più di vent’anni.

Una vecchia valigia come quelle che usarono gli esuli per mettervi dentro la sintesi di intere esistenze, di decine di generazioni, i ricordi di tanti nuovi Enea che si caricarono sulle spalle il vecchio padre Anchise, la loro Storia, i loro avi, e abbandonarono Troia in fiamme, bruciata dagli Achei.

Una chitarra per cantare ciò che non può essere semplicemente detto, per raccontare l’orrore delle foibe, per descrivere la miseria dei profughi, il loro essere accolti come “merde, fascisti” da un’Italia che dei profughi ha sempre sentito soltanto l’odore e misurato il tasso di delinquenza, senza vedere altro, senza vedere oltre. Oggi come ieri.

Nel ventennio, gli istriani non furono più fascisti dei loro compatrioti e gli italiani, sull’altra sponda dell’Adriatico, ci stavano da secoli, forse persino da prima della Repubblica di Venezia, e da sempre convivevano con gli slavi. Il fascismo ruppe quell’equilibrio e preparò il terreno alla propaganda titina per fare apparire gli italiani, tutti gli italiani indistintamente, dei fascisti e degli oppressori da trattare con l’orrore, costringendoli alla fuga.

Dopo l’Armistizio, con l’Esercito italiano in rotta, senza ordini e abbandonato a sé stesso, in quelle terre arrivarono i partigiani comunisti del maresciallo Tito: prima presero i criminali fascisti e la vendetta fu terribile. Non fu giustizia, certo, fu una bieca risposta istintuale, ma ancora era comprensibile. Subito dopo, però, la furia sanguinaria si riversò anche sugli innocenti: uomini italiani portati via di notte dalle loro case e “infoibati”. I più fortunati, prima di cadere in quelle cavità carsiche, si beccavano una palla in fronte; gli altri, semplicemente, speravano di morire subito dopo la caduta ed evitare così un’agonia lunga giorni, in cui ogni secondo che passava era un tormento e la consapevolezza di non aver fatto nulla di male per meritare una pena tanto orribile era il sale sulla ferita.

Ma anche il più sfortunato degli uomini ebbe un’immensa fortuna in confronto a quanto accadde alle ragazze più avvenenti: inchiodate mani e piedi e violate decine di volte in poche ore da decine di animali più che di esseri umani, prima di finire anch’esse nelle foibe, come sacchi dell’immondizia di cui disfarsi. Infine, la terra inghiottì anche i partigiani italiani, quelli che non solo non avevano nulla a che fare con i fascisti né con i nazisti, ma avevano contribuito alla loro cacciata da quelle terre.

Il tutto avvenne nella più totale indifferenza degli Alleati, assopiti a Trieste.

Fu a quel punto che 300mila italiani presero il prendibile dalle loro case e fuggirono. Vennero ospitati in campi di concentramento e fatiscenti caserme dismesse lungo tutto lo Stivale.

Cristicchi ha ricordato il villaggio “Giuliano Dalmata” di Roma, dinanzi al quale passava ogni giorno per andare al liceo, e il futuro cantautore si chiedeva chi diavolo fosse quel tale Giuliano Dalmata, tanto era pesante la cortina di silenzio che era calata su quel dramma.

Cristicchi ha raccontato tutto ciò senza tentennamenti e senza nemmeno una prova per prendere confidenza con il palco del Fassino, ma soprattutto senza avere un solo parente, né un amico, che visse quell’esperienza.

In realtà, una parentela c’è: all’ultimo Festival di Sanremo, la canzone di Cristicchi, “Abbi cura di me”, arrivata sesta nella classifica generale, ha vinto il premio Sergio Endrigo per la migliore interpretazione e Sergio Endrigo era di Pola, un istriano dunque, che aveva 14 anni quando fu costretto alla fuga. E con l’omaggio a Endrigo, che ha coinvolto e commosso il pubblico presente, Cristicchi ha salutato Avigliana, prima tappa piemontese del suo “Esodo”.

Alberto Tessa

Cristicchi e Milesi ad Avigliana

Simone Cristicchi (al centro) con Alberto Milesi (a destra)

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