Tra il 1833 e il 1842, Clemente Rovere, che si ipotizza essere un autodidatta del disegno, visitò la Val Sangone e quasi tutti i suoi comuni, realizzando un totale di 17 immagini.

Tra le operazioni principali alla base dei suoi lavori, ci fu il documentare i luoghi attraverso gli elementi peculiari, quali torri, castelli, campanili, montagne e colline.

Giaveno, in esecuzione di questo progetto rivolto ai territori dello Stato Sabaudo, viene raccontata da quattro disegni. In uno di questi è rappresentata “una ‘macchina idraulica’ con tre ruote, ad indicare come la diffusione della proindustria nella valle fosse notevole intorno alla metà del XIX secolo.

Grazie alla presenza della Torre Marion, collocata sulla strada che porta a Selvaggio, siamo stati in grado di individuare il luogo in cui sorgeva questa macchina ad acqua. Si tratta del mulino di Ruata Padovani, vicino al rio Ollasio, che però non veniva alimentato dalle sue acque, ma dal canale che proveniva dalla Buffa”.

A scrivere sono Andrea Arato e Francesca Di Nuzzo, due studenti del Politecnico di Torino, laureatisi nelle scorse settimane nel corso di Laurea Magistrale in Architettura per il Progetto Sostenibile, Dipartimento di Architettura e Design con il massimo dei voti e con la tesi meritoria intitolata “La sperimentazione di un metodo interdisciplinare per l’analisi e la conoscenza di un patrimonio diffuso in abbandono: i mulini ad acqua in Val Sangone”.

Servizio su La Valsusa del 6 maggio.

Alessandra Maritano

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