Riassunto
Nella cattedrale di San Giusto, domenica 28 dicembre la chiusura dell'Anno Giubilare
Cattedrale di Susa gremita domenica 28 dicembre per la celebrazione di chiusura dell’Anno Santo presieduta dal cardinale Roberto Repole, Arcivescovo di Torino e Vescovo di Susa.
Alla celebrazione introdotta da don Sergio Blandino, parroco della Cattedrale che ha invitato a “non disperdere i tanti frutti dell’Anno giubilare” i sacerdoti e i diaconi della diocesi, il sindaco di Susa con altri sindaci e autorità della Valle. Un anno giubilare vissuto – ha sottolineato all’inizio della Messa il cardinale – “Unendoci a chi non ha voce: i malati, gli anziani, i detenuti”, un anno in cui “per mezzo dell’indulgenza plenaria il Signore ha fatto fluire un fiume di grazia e di benedizione”.
Nell’omelia tante le sottolineature sulla Famiglia di Nazareth, su quella relazione che diventa preziosa anche per il cammino di fede di ciascuno, nella consapevolezza dell’essere figli amati.
“A pochi giorni dal Natale – ha sottolineato il Vescovo – la liturgia ci invita a porre lo sguardo sulla Santa Famiglia di Nàzaret. Sembrerebbe solo un allargamento dello sguardo: dallo sguardo sul bambino a quello su sua madre e suo padre, ma a ben vedere è scendere con lo sguardo nella profondità del Natale”.
Una profondità che non è legata solo alla identità del Figlio di Dio, generato per opera dello Spirito ma a quella famiglia in cui è inserito: “Colui che è il generato, non creato, dall’eternità si è sottoposto alla “legge della crescita”. Ha avuto bisogno della cura e della custodia di una famiglia per poter mostrare chi Egli sia; ha avuto bisogno della cura materiale che due genitori gli hanno offerto; ma ha avuto anche bisogno della cura delle relazioni, che questi genitori amandosi hanno riversato su di Lui, permettendogli di svilupparsi anche dal punto di vista psicologico, come capita a tutti noi a partire dalle nostre famiglie. E quel che colpisce di più, che non finisce di stupire l’intelligenza e il cuore, è il fatto che attraverso l’amore dei suoi genitori, attraverso l’amore respirato nella sua famiglia, Egli ha poco per volta preso consapevolezza della sua identità di Amato eternamente e in modo assolutamente singolare dal Padre”.

Dalla riflessione sulla Famiglia di Nazareth, le parole del Vescovo hanno richiamato l’appartenenza di ciascuno ad una famiglia. “Alla luce di questa festa, alla luce di questa Parola”, ha proseguito, “possiamo risentire ancora una volta – e ci fa bene – il sentimento di gratitudine che dobbiamo avere tutti nei confronti delle famiglie che ci hanno generato e ci hanno permesso di essere quello che siamo. I nostri genitori, indubbiamente, ma dietro ai nostri genitori c’è il mistero delle nostre famiglie. Quanta storia di donne e di uomini che hanno patito, che hanno vissuto la loro vita in un’estrema dedizione, che hanno sacrificato parti di sé perché potessimo esserci noi, così come siamo, anche con la fragilità e la vulnerabilità delle nostre esistenze, ma senza togliere la ricchezza che ognuno di noi porta in sé: non è il frutto di ciò che facciamo o abbiamo fatto noi, è in gran parte il frutto dell’eredità che ci è stata consegnata attraverso la storia benedetta, pur fragile, delle nostre famiglie. Veniamo illuminati a cogliere chi siamo in profondità: anche noi siamo figli in questo Figlio Unigenito, siamo amati nell’Amato per eccellenza. E anche questo ci fa del bene”.
“ Troppo spesso noi ricerchiamo la nostra identità a partire dalle qualità che possiamo manifestare a noi stessi e agli altri: qualità intellettuali, qualità psicologiche, qualità morali… Qualche volta siamo persino un po’ al di qua di questa ricerca, quando ricerchiamo la nostra identità nei ruoli che ci vengono affidati, nei compiti che abbiamo. Ma fino a che viviamo a questo livello, viviamo a un livello di inesorabile competizione e soprattutto di profonda incertezza: non c’è mai nulla che ci rende stabili, quando ricerchiamo la nostra identità nelle qualità pur interessanti che ci sono state consegnate. Tutto cambia quando ritroviamo la nostra identità nella profondità di quel che siamo: siamo amati da Dio, amati nell’Amato. E questo dà stabilità alle nostre esistenze, fa sì che nulla e nessuno possa scalfire la nostra identità profonda. Così come questa festa e questa pagina del Vangelo riesce ad illuminare qualcosa del nostro essere a nostra volta padri o madri, in senso reale o in senso metaforico, spirituale. Perché ci dice che generiamo veramente alla vita qualcun altro quando aiutiamo i nostri figli, che siano reali o no, a non essere guidati dalle voci prepotenti della storia degli uomini, ma ad essere guidati dalla voce sottile di Dio, quel Dio che a Giuseppe appare in sogno, quel Dio che parla e che chiede però delle orecchie capaci di discernerne la voce e di seguirla in obbedienza. Che il Signore dia a ognuno di noi di essere davvero, profondamente e autenticamente, padri e madri”.
Nella mattinata di domenica il card. Repole ha chiuso l’anno giubilare della diocesi di Torino nella cattedrale di San Giovanni Battista.
















