Un nostro lettore, Alberto Veggio, partendo da due esperienze vissute in prima persona, riflette sulla situazione non troppo rosea in cui versa l’ospedale di Susa.

Su La Valsusa di oggi, 18 novembre, potete trovare un ampio servizio dedicato alla storia e al possibile futuro del nosocomio segusino. 

Per la maggior parte di chi è nato e residente in Valsusa l’Ospedale di Susa è sempre stato considerato parte integrante del tessuto locale sia per il suo ruolo ma anche perché più o meno tutti abbiamo avuto o abbiamo amici o conoscenti tra i medici e gli infermieri e sappiamo l’impegno che mettono per cercare di far funzionare al meglio la struttura dovendo sopperire alle palesi difficoltà operative. Le due “fotografie” che seguono credo che siano emblematiche della situazione in cui pian piano è stata ridotta la sanità pubblica, e quindi anche il “nostro” ospedale.

23 dicembre 2019, un mio familiare ha un malore, arriva il 118, ricovero al Pronto Soccorso di Susa che era in una situazione di stress enorme, oltre al normale “traffico” del P.S. vi erano alcuni casi di polmonite, i ricoverati per l’intossicazione da Trichinellosi e gli immancabili sciatori infortunati sulle piste da sci. I medici e gli infermieri giravano come trottole per riuscire a gestire tutte le criticità che continuamente si presentavano, e nonostante l’evidente sottodimensionamento e la conseguente pressione a cui era sottoposto, tutto il personale riusciva a mantenere ancora un rapporto empatico con i ricoverati e con i loro familiari, tutto questo rappresentava appieno quel “rapporto speciale” che ha sempre legato l’Ospedale al territorio.

7 novembre 2021, ho un incidente domestico, mi reco prima alla Guardia Medica di Avigliana ma li, dopo una prima medicazione, vista la tipologia di ferita, mi dicono di recarmi al Pronto Soccorso di Susa perché quello di Rivoli dai loro computer riportava un notevole affollamento, scelta che avrei fatto comunque. Arrivo a Susa, Triage alle 19,32 mi dicono che dovrò aspettare circa tre ore, manifesto il mio stupore perché avevo visto arrivando che in sala d’aspetto vi erano pochissime persone, ma mi dicono che vi è un solo medico e quindi è logico che i tempi siano un po’ dilatati.

Entro in sala d’aspetto ed effettivamente vi sono solo tre signore in attesa, verso circa le 20.30/21 due signore vengono chiamate pressoché contemporaneamente e quindi restiamo in due. Passa il tempo senza esser vi apparentemente traffico di ambulanze infatti in sala d’aspetto è entrata solo una persona, possiamo ipotizzare anche uno o due accessi diretti ma niente più. Passano i minuti, le ore, ma non veniamo chiamati, ad un certo punto credo fossero passate circa tre ore la signora (che mi pare fosse in attesa dalle 16 circa in codice bianco) se ne va, restiamo solo io ed il signore. Passata la mezzanotte, più per l’esasperazione che per altro ho chiesto al personale se poteva rilasciarmi un documento che certificasse che io lasciavo il PS dopo circa cinque ore di attesa senza essere ne visitato ne supportato in alcun modo, ovviamente mi veniva risposto in modo educato (forse traspariva la mia esasperazione) che non era possibile, quindi all’incirca a mezzanotte e dieci lasciavo il P.S e ritornavo a casa. Mi sono poi recato la mattina successiva al San Luigi dove in circa due ore dal triage uscivo con dito medicato e steccato dopo aver fatto le radiografie e tutti i controlli del caso.

Non è accettabile che in una serata apparentemente normale si debbano attendere con un codice verde circa 5 ore (e poi chissà quanto ancora) prima di essere visitati, ci può stare un’emergenza, ci possono stare difficoltà nei flussi in entrata e in uscita dei pazienti del P.S. ma quello che appare lampante è che o l’Ospedale, o il Pronto Soccorso, o entrambi, non sono più in grado di lavorare correttamente.

In soli due anni si può dire che probabilmente si sta completando il progetto di portare una struttura ospedaliere cosiddetta periferica al collasso, non vi è altra spiegazione. Non è accettabile che un Pronto Soccorso importante per la sua storia e per la sua funzione come quello di Susa non abbia le dotazioni di personale indispensabili per poter funzionare normalmente. Vi è un modo subdolo per far accadere le cose ed è proprio quello di non mettere in condizione di lavorare correttamente una struttura, a lungo andare saranno i fruitori stessi ad abbandonarne l’utilizzo determinandone l’emarginazione e la chiusura. Stando sul concreto, quanti valsusini si recano già a Briancon per visite ed operazioni? Quanti magari scelgono o sceglieranno di recarsi altrove quando avranno bisogno del P.S.?

La situazione dell’ospedale di Susa è una rappresentazione in miniatura del più ampio processo di devastazione della sanità pubblica che è ormai palese.

Non è nelle facoltà ne nelle capacità dei cittadini di poter avanzare proposte o azioni, però forse le Amministrazioni dei comuni siti nell’area di utilizzo dell’ospedale, vista l’aria che tira, potrebbero avere un atteggiamento un po’ più proattivo, cosa che (almeno pubblicamente) non pare proprio la loro prima preoccupazione.

Certamente non sarebbe semplice bloccare le dinamiche in atto, ma sarebbe comunque un segnale soprattutto in un momento in cui le molteplici esigenze di questo territorio non paiono proprio in cima all’agenda delle varie Istituzioni.

Alberto Veggio

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