Cultura

Il massacro di Debre Libanos nel diario del chiomontino Attilio Joannas

Italiani, brava gente? Se lo chiedeva già Angelo Del Boca nel suo celebre saggio e… no, nonostante una retorica auto assolutoria che va avanti da decenni e che ci vorrebbe al massimo dei simpatici pasticcioni che in passato scelsero amicizie sbagliate, gli italiani non sono, né sono stati, tutti santi, navigatori e poeti senza macchia. Tanto meno in guerra, dove l’istinto di sopravvivenza, spesso a scapito dei più deboli, prevale.

D’accordo, ci saranno anche stati gli Alpini che, appena arrivati nella Francia occupata, davano una mano ai contadini locali a mietere il grano anziché tiranneggiare la popolazione. Ci furono eroi che hanno messo a repentaglio la loro stessa vita per nascondere ebrei e altri perseguitati dal regime fascista. Ma ci sono stati anche – e molti – fiancheggiatori della dittatura: complici, farabutti di ogni risma o semplici conniventi.

Studiare da vicino la guerra d’Etiopia, svoltasi fra il 1935 e il ’36, forse più ancora della seconda guerra mondiale dà la risposta all’interrogativo (retorico) di Del Boca. In quei luoghi, in quel tempo, gli italiani si macchiarono dei peggiori crimini contro l’umanità che certo non sarebbero “sfigurati” di fronte agli orrori perpetrati dai nazisti. I tedeschi fecero di peggio soltanto perché avevano più risorse e più metodo, ma in quanto a ferocia (e a razzismo) anche gli italiani sapevano “difendersi bene”.

Ne è un esempio il libro intitolato “Testimone di un massacro” di Paolo Borruso, professore associato di Storia Contemporanea all’Università Cattolica di Milano, apprezzato studioso del colonialismo italiano.

Il testo di Borruso ruota tutto attorno al diario di Attilio Joannas, chiomontino sottotenente degli  Alpini che la guerra d’Etiopia non la fece ufficialmente, perché fu richiamato soltanto a operazioni formalmente terminate, ma ai combattimenti successivi partecipò eccome.

Servizio su La Valsusa del 27 ottobre.

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