Che cosa vi è di veramente grave nelle aggressioni che si stanno ripetendo nei confronti di persone o famiglie di origini ebraiche o con una storia antifascista? È grave che non ci siano più argomenti per “ragionare” con gli autori di questi gesti, con chi si fa portatore o altoparlante di queste sottoculture razziste, xenofobe, naziste. L’antisemitismo, in tutte le sue forme, ha prodotto tragedie immani che dobbiamo non solo condannare, ma fare in modo che non si ripetano più.

È grave che ci troviamo, nel nostro Paese, fra la nostra gente, senza più ragioni forti per ricordarci che non solo siamo tutti fratelli, ma che condividiamo cittadinanza e interessi economici, lingua e territori.

È grave dover prendere atto di una divisione nemmeno più strisciante che attraversa e separa le nostre case, i nostri dialoghi civici, religiosi, istituzionali. I profeti dell’Antico Testamento, il Signore Gesù Cristo nei Vangeli, hanno annunciato più volte la sciagura delle famiglie divise, del popolo incapace di ritrovare unità.

È il momento di fare un passo indietro: indietro verso la terraferma solida della convivenza condivisa, abbandonando la palude di chi fomenta l’odio e l’intolleranza, di chi lascia che i mass media moltiplichino all’infinito i messaggi insensati di individui, che non conoscono altro modo di sentirsi vivi se non quello della violenza, fisica o verbale, non fa differenza.

Fare un passo indietro, e aprire gli occhi. Non si tratta di discutere le impossibili “ragioni” degli autori di questi gesti, ma di comprendere che proprio questi gesti, per se stessi, sono il male, annunciano il male senza fine della divisione, dell’esclusione, della violenza sociale.

Il 15 gennaio scorso, in occasione della celebrazione della Giornata per lo sviluppo e l’approfondimento del dialogo tra cattolici ed ebrei, come Chiesa cattolica insieme alle Chiese cristiane di Torino, abbiamo ribadito il comune impegno a combattere ogni forma di antisemitismo. 

Per questo intendo porre, come vescovo, un gesto esplicito e visibile.

Andrò a incontrare il rabbino capo e il presidente della Comunità ebraica di Torino, per attestare loro, oltre alla mia personale solidarietà, l’affettuosa vicinanza della Chiesa di Torino. Insieme a tutti i cristiani e agli uomini e donne di buona volontà mi sento personalmente impegnato a contrastare, con una convinzione fermissima, ogni atto, ogni parola che – seguendo mode insensate– ci trascina verso un abisso di dolore che non deve più ripetersi.

MONS. CESARE NOSIGLIA

ARCIVESCOVO METROPOLITA DI TORINO

VESCOVO DI SUSA

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