Sabato 27 ottobre, nel corso della XV edizione del Premio Letterario Nazionale “Metropoli di Torino”, organizzato dal Centro Artistico Culturale torinese Arte Città Amica, “Il profumo del Biancospino”, del giavenese Claudio Rolando si è classificato al terzo posto nella sezione dedicata ai racconti. Il breve racconto di Rolando è ambientato in una trincea della Grande Guerra e ben descrive l’ansia data dalla perenne imminenza di un assalto. Dopo averne presentata un’ampia parte sull’edizione cartacea de La Valsusa di giovedì I novembre, lo riproponiamo anche qui, questa volta nella sua interezza.

 

Il Profumo del Biancospino

di

Claudio Rolando

 

Erano arrivati alle prime luci del giorno. Una lunga colonna sfilacciata che marciava veloce inseguita dal rumore della sconfitta: passi stanchi, il cigolio delle gavette appese per il manico e, ogni tanto, il rombo di qualche camionetta.

Avevano attraversato in fretta quelle campagne che sapevano di terra e sabbia, dove a tratti arrivava un vago odore di sale che il vento del sud portava dal mare lontano. Fuggivano da Caporetto, dalla disfatta, da una morte che avevano guardato nel bianco degli occhi.

All’inizio li aveva spinti un solo desiderio: allontanarsi da quell’inferno, scappare via, lontano, magari fino a casa. Quanti l’avevano pensato, sperato, confidato sottovoce a un compagno. Poi erano giunti in vista dell’argine del Tagliamento e un ordine secco era risuonato: “Attestarsi!” e loro, obbedienti, giù a scavare la trincea.

Sapevano come fare. Da più di due anni ne avevano scavate così tante che, ormai, ci avevano fatto l’abitudine. Lavoravano come automi, avevano imparato a farlo in fretta e bene. Prima riuscivi a costruirti un buon riparo, meno probabilità avevi di beccarti una palla. All’inizio lo scavo era profondo quel tanto che bastava per rimanere in ginocchio. Poi, col passare delle ore, si approfondiva sempre più finché potevi camminarci dentro.

Anche qui avevano terminato nell’attimo in cui erano cominciati gli assalti. Manco il tempo di rosicchiare una galletta. Per tutto il giorno gli austriaci avevano tentato di cacciarli nel fiume e loro lì fermi, a sparare e ricaricare, sparare e ricaricare. Lo facevano meccanicamente, senza pensarci, senza quasi guardare dove finivano quei colpi che portavano con sé un po’ della paura che mordeva gli stomaci, annebbiava le menti, accelerava i cuori all’impazzata.

Alla fine, la notte era scesa su quel pezzo di terra e ora, nell’aria, ristagnava soltanto l’odore acre della polvere da sparo, mescolato a quello dolciastro del sangue.

Appoggiato al bordo della trincea, Giuseppe sporse appena la testa per uno sguardo veloce. La luna non era ancora sorta e, nell’incerto chiarore delle stelle, le postazioni nemiche formavano una lunga linea scura. Alle sue spalle, i rari alberi che segnavano l’argine del fiume allungavano i rami scheletriti. In mezzo, il silenzio immobile del campo di battaglia.

Un istante e tornò a sedersi, in attesa.

Da quanto era iniziato quel macello? Uno, due, tre giorni? Forse solo qualche ora?… Non lo ricordava. Ormai anche in quella trincea e in quel pezzo di terra che gli stava davanti, punteggiato di rocce frantumate e di buche delle bombe, i tempi erano scanditi soltanto dal ritmo degli assalti e poi dai gemiti dei feriti, dal rantolo dei moribondi, dall’andirivieni silenzioso degli uomini con la croce rossa sull’uniforme.

Non sapeva che giorno fosse e neppure se lo domandava. Solo aspettava. Obbediente e disciplinato come gli avevano insegnato, aspettava il suo turno per attraversare il confine di quel silenzio che aveva già inghiottito i suoi compagni, uno dopo l’altro.

Col buio la paura aumentava e Giuseppe appoggiò la schiena contro la parete di terra, quella terra che aveva lavorato fin da bambino e gli era penetrata nelle pieghe della pelle, sotto i calli delle mani, nei polmoni. In quel momento gli sembrava che soltanto lei, così compatta, solida, leale, generosa potesse dargli quel po’ di coraggio che gli serviva per vincere l’angoscia di un’attesa che sembrava non finire mai.

Ancora una volta le sue labbra si mossero, meccanicamente, per mormorare la preghiera che ormai recitava ogni giorno da quando era iniziato quell’inferno, chiedendo ancora una volta al buon Dio “Una pallottola, una sola… nel punto giusto”. Non gl’importava di rimetterci una gamba o un braccio, pur di andarsene da quell’inferno.

La sagoma di un topo gli passò veloce davanti ai piedi, poi scomparve nel buio. Un istante dopo la trincea si riempì dell’abbaiare furioso di Armando, lanciato all’inseguimento. Erano lì, a pochi metri, e lui riusciva a distinguere la sagoma chiara del volpino. Pochi istanti e Armando si zittì. Nel silenzio che aveva nuovamente invaso la trincea si sentiva solo un ringhiare sommesso, una specie di borbottio soddisfatto che accompagnava il rumore secco delle ossa del topo che si frantumavano.

Ora una brezza leggera aveva ripulito il cielo e il firmamento era più brillante, come smaltato. L’aria proveniva da est, dalle linee nemiche e portava con sé il profumo dolce del biancospino. Lo stesso che aveva respirato avidamente, mescolato a quelli del fieno e della pelle di Ernestina nelle notti d’estate, quando tutto sembrava fermarsi e restavano soli sotto la coperta di stelle, con la testa che girava.

Ernestina! Da quando era partito, non c’era stata una sola notte senza che il ricordo dei suoi occhi scuri e di quel sorriso che faceva ribollire il sangue non gli fosse stato compagno. Erano immagini così vive che, a volte, era come se gli prendessero la mano per guidarla dolcemente su quei capelli morbidi e poi lungo il collo sottile e poi fino ai seni sodi, a indugiare sui piccoli capezzoli. Un ricordo che riportava nelle sue narici, ora piene soltanto di polvere da sparo e terra, la sensazione di quei profumi, la disperazione di un desiderio mai del tutto appagato.

Anche adesso a Giuseppe girava la testa ma non vi fece caso. Non pensò che il biancospino era sfiorito da mesi. Non si accorse neppure del silenzio che aveva invaso la trincea e continuò a seguire quel ricordo, così vivo che gli sembrava di poterlo toccare. Non indossò la maschera antigas; non ricordò che la morte aveva il profumo dolce del biancospino.

Claudio Rolando

Claudio Rolando

 

 

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