I libri di favole possono considerarsi i primi libri di filosofia che un bambino può incontrare nella sua vita perché racchiudono tutte le questioni principali della nostra esistenza; ciò avveniva nel passato con le favole di Esopo e continua ad avvenire con le fiabe di Walt Disney”.

Così evidenzia Valeria Genova,unadelleartefici dell’esportazione in Italia del metodo “Philosophy for Children”,elaboratodaMatthew Lipman oltre mezzo secolo fa. Come è noto, la favola è un racconto breve con protagonisti animali antropoformizzati (che diventano allegoricaemetaforica rappresentazione delle caratteristiche della persona umana, pregi e difetti) mentre la fiaba è un racconto più lungo incentrato su fantastiche vicende di esseri umani (principesse, maghi, re, cavalieri e compagnia) o creature immaginarie come orchi, fate o draghi.

A cavallo tra fiaba e favola è “Il tesoro di Ubar” di Sergio Vigna (Echos Edizioni – collana Mongolfiere). La vicenda ha al centro un cammello ribelle e un bambino povero e orfano (il cui amore per gli animali gli concede il potere di parlar con loro), comprimari un asino e una capra, antagonista un sanguinario predone deldesertoenonmanca un saggio uccello rapace. La storia c’immerge nel percorso verso la riscoperta della “Atlandide del deserto”. Portata avanti con cuore desiderante da un bambino icona della conoscenza attraverso lo stupore, la ricerca di una città perduta è simbolica rappresentazione della consapevole conquista deivaloripiùprofondi (il tesoro, appunto). Opera d’esordio editoriale dello scrittore tranese, con il titolo di Rasim nel 2004, esce ora in una nuova affinata edizione. In questo libro che si può consigliare a bambini di tutte le età, invitando

a leggerlo ad alta voce a quanti lo siano anche anagraficamente, Vigna dimostra di conoscere – e usare con accortezza mai pendamente vittima dei tecnicismi – quella che il grande Gianni Rodari chiamò “Grammatica della fantasia”. Il suo narrare ci “getta” in un mondo che si lascia comprendere. Comprendendo un/il mondo si comprende se stessi. Ed è già “fare filosofia”.

Marco Margrita

© Riproduzione riservata