Riceviamo e pubblichiamo:

Vengo da una settimana trascorsa all’ospedale civile di Susa per accertamenti. Quest’edificio rappresenta per me tanti ricordi di famiglia: qui mi ha lasciato il mio caro papà, qui sono nati i miei due figli; infatti, di comune accordo con la mia amata Anna, pur abitando a Roma, decidemmo che avrebbe partorito a Susa, la nostra terra, la più bella cittadina del mondo, e per me lo è ancora.

Ricordo l’apprensione con cui l’accompagnavo con il suo pancione al treno per Susa. Per motivi di lavoro non potevo stare con lei, per cui non mi restava che aspettare la telefonata: è nata… è nato… A quel punto il primo aereo per Torino era il mio, per raggiungere al più presto quella stanza dell’ospedale di

Susa, dove oltre al neonato e la puerpera, trovavo amici e parenti: era una festicciola, a cui partecipava pure la levatrice.

Naturalmente oggi è tutto diverso, come ho potuto osservare nella mia settimana di degenza: le infermiere si muovevano in équipe, condotte in sinergia dalla dottoressa Sara Marchionatti, per prestare le loro cure affettuose a pazienti e “impazienti”, me compreso. Ahimè, chiedo venia!

Devo dire che quel convulso andirivieni ogni tanto si fermava sulla soglia della mia stanza; spuntavano dei visi curiosi per chiedermi se effettivamente ero quell’Araldo della sala da ballo, dove loro nonni e i genitori si erano conosciuti e poi sposati, mettendoli al mondo.

Care ragazze vi ringrazio per avermi fatto capire che quello che state facendo in questo familiare ospedale per voi non è un lavoro ma una missione. Grazie di cuore

Geppe Araldo Susa

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