L’Armenia è un paese  che ha più cittadini sparsi per il mondo, quasi dieci milioni,  che in Patria dove vivono in  tre milioni.

Ogni persona in Armenia è figlio, nipote o pronipote della tragedia di Metz Yegern, il genocidio avvenuto nel 1915,  un  anticipo di quello che poi è accaduto con  il nazismo.  Un museo struggente racconta la tragedia, anche se c’è ancora chi nel mondo non vuole riconoscere  il genocidio.

Gli armeni oggi sono  un popolo di anziani, i giovani fuggono in cerca di un futuro migliore. All’aeroporto il momento del distacco è duro per molti, si vedono i volti rigati dalle lacrime di chi parte e di chi resta. Qui anche un piccolo aiuto rappresenta una grande ricchezza. Una opportunità per cambiare in meglio, la certezza di non essere abbondonati.

Il sostegno della Chiesa italiana in Armenia  che può sembrare una goccia, è invece felicità e futuro per tante persone.  E’ quanto ha potuto constatare la delegazione di giornalisti italiani della Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici) giunta in Armenia per scoprire i progetti finanziati con i soldi dell’8 per mille. 

Commovente l’incontro con gli  anziani e i bambini che vivono ad Artashat, città al confine con la Turchia, dove la Chiesa cattolica armena con la Caritas ha attivato due progetti.

Uno staff di una ventina di persone ogni giorno garantisce a oltre una cinquantina di  anziani l’assistenza domiciliare, li aiutano a lavarsi, li assistono,  ma soprattutto alleviano la loro solitudine. Il Centro “Piccolo Principe”   accoglie  bambini e ragazzi soli: studiano, giocano,  imparano  a cucire o  a disegnare. A Gyurmi,  la Caritas ha avviato un Centro diurno per anziani e il  progetto “Caldo inverno”, con cui pagano le bollette per riscaldare le case quando le temperature scendono anche a meno 30 gradi.

Alla Caritas, per questi progetti, la Chiesa italiana contribuisce con 259mila euro dell’8xmille.

 “In Italia si conosce poco di ciò che viene realizzato in Armenia dalla Chiesa italiana, evidenzia  Matteo Calabresi, direttore del Servizio per la promozione del Sostegno economico alla Chiesa cattolica che insieme don Leonardo Di Mauro, responsabile del Servizio degli interventi caritativi a favore dei Paesi del terzo mondo della Cei ha partecipato alla trasferta armena, “eppure viaggiando in questi luoghi, ci rendiamo conto che è una presenza costante e importantissima che cambia e migliora la vita di tante persone”.

Come  la cambia agli abitanti di Ashotsk l’ospedale dei camilliani ‘Redemptoris Mater’. Dal 1992 lo dirige padre Cuccarollo,  camilliano, vicentino di origine, nonostante viva in questo  angolo dell’Armenia  dal 1992 ancora parla l’italiano con l’accento del Nord, e non ha mai imparato l’armeno e neppure il russo. “Non mi sento missionario, vivo nel più antico paese cristiano”, ci tiene a precisare.

Gli brillano gli occhi quando illustra la struttura, un edificio di 5000 metri quadrati, vi lavorano 140 dipendenti.  E’ il punto di riferimento di circa 13mila persone, ma a curarsi  arrivano anche dalla capitale. Ogni reparto è lindo ed accogliente. Un ospedale molto importante per questa zona, rappresenta l’unica attività che offre lavoro in tutto l’altipiano, e fornisce un servizio immediato di assistenza sanitaria.  Una struttura che ha un bilancio di circa 600mila euro all’anno,   a pareggio   anche grazie all’aiuto di molti italiani, la generosità ha mille forme e arriva sempre nelle mani di padre Cuccarollo. E poi c’è il sostegno della  Cei, che ha donato a questo progetto, nel 2015, 600mila euro per tre anni e nel 2018 ha stanziato 300mila per altri tre anni.

“Ogni volta che mi sono trovato in difficoltà economica è arrivato un aiuto, un nuovo sostegno”, afferma sereno padre Mario e di fondi ne ha bisogno considerato che tanti servizi dell’ospedale vengono offerti gratuitamente. Una grande cosa in questa zona, dove  il lavoro  nei pascoli permette solo la sussistenza.

Chiara Genisio

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