Un uomo. Un professore di religione di un prestigioso liceo classico di Torino, ora in pensione, che col dipanarsi della narrazione rivela il suo status interiore sbrindellato da ferite laceranti, sempre aperte. E’ il protagonista del nuovo libro del valsusino Marco Pent, “La vendetta di Fred” (edito da Susalibri).

Un personaggio che, indovinati tratti psicologici ed efficaci metafore, mettono sempre più a fuoco e rendono accattivante la lettura, perchè le motivazioni di questo status di malessere fisico e spirituale si rivelano pienamente, solo dopo vari accenni e allusioni che suscitano nel lettore i più svariati interrogativi.

Il prof. Ugo conduceva una vita “apparentemente allegra, serenamente rassegnata agli eventi, mentre il magma dell’angoscia ribolliva nel profondo”. Un uomo solo, soprattutto dentro, senza affetti e vicinanze, senza il lievito della speranza, tranne il conforto di un amico di lunga data. Da questi flash si può già cogliere un vissuto che sicuramente non sarà stato una passeggiata tra fresche frasche, ma che richiama una spietata zavorra che affoga una vita in fondali profondi come la Fossa delle Marianne.

Il libro narra la vita di un uomo che ha, sì, un cuore lacerato da tragici eventi, ma anche un trascorso ricco di risvolti, ben intrecciati dall’autore con un costrutto che alterna in modo efficace il passato e il presente, con l’impiego del flashback.

L’impasto materico è proposto in forma scorrevole, con vari registri di scrittura e con un sipario aperto sul “giallo”, rappresentato dai capitoli che riportano le traversie legate alla ricerca del romanzo maledetto: La vendetta di Fred. Oltre a questo fatto catturante l’attenzione del lettore, il romanzo – che ha come ambientazione un paese della nostra Valle – offre alcune fascinose pennellate sulle sue bellezze naturali, rivisita, en passant, il modus vivendi di come eravamo mezzo secolo fa, rievoca le problematiche legate al Tav. Inoltre, scopriamo, in itinere, – mistero, rivelatosi poi tragedia –  anche quel “fattaccio” che ha cestinato ogni slancio vitale del protagonista.

Come corpus centrale, zampilla la linfa vitale di ogni persona: l’amore. Quello del protagonista è un bouquet olezzante di fiori primaverili, sbocciato col primo amore sui banchi del liceo. È profondo e duraturo con la sua “principessa”, moglie e madre dei suoi figli. Ed ha ancora un altro volto che è stato la ragione di vita di quei dieci misteriosi anni in cui il professore non ha più lasciato traccia di sé. Nella narrazione cogliamo un leitmotiv che rivela l’anima religiosa del protagonista.

Viatico sostanzioso per il presente, reliquie di una passata stagione in cui Dio è stato il centro della vita del professore. Mistero che qui non sveliamo, lasciando quella suspense che il libro ha abilmente saputo creare.

Questa tematica religiosa viene ulteriormente ampliata con l’espediente letterario della pubblicazione del libro – uscito dopo un’originale gestazione – intitolato “Dio è onnipotente?” e che riporta il nome del professore, come autore, ma che è stato “scritto” a più mani.

Un’opera che dà spunto ad un ampio ventaglio di riflessioni sulla fede, sui Novissimi, sulla tradizione e sul magistero della Chiesa. Come si è visto, la trama, qui sunteggiata, è un intreccio in cui l’autore ha saputo amalgamare efficacemente la fantasia con la realtà e l’attualità. E soprattutto la sua penna ha saputo dare ai suoi personaggi, in particolare al protagonista e a quelli femminili, anime vive, frutto di abilità di scrittura, di un inchiostro che profuma di sensibilità e che sa di percorsi psicologici di apprezzabile livello.

 Laura Grisa

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