Di Daniele si ricorda subito la sensazione di bellezza. Tutto era bello, già solo andare a Novalesa, nelle quattro stagioni e con qualunque tempo atmosferico, camminare per quell’incantevole stradina tra i prati, varcare il cancello, entrare in chiesa: ti sentivi già in un altro mondo, poi arrivava Daniele e il quadro era perfetto. Quando ho iniziato a frequentare l’Abbazia, grazie all’amico Flavio che lavorava con lui, non ero piccola, sapevo bene che la magia dei monasteri di qualunque religione è una percezione che vogliamo avvertire noi che ci arriviamo dall’esterno, che i mali del mondo hanno radici sottili e non risparmiano neanche questi luoghi per alte che siano le loro mura, ma un po’ di sollievo comunque Novalesa te lo regalava, e bravo che era Daniele a contribuire al miracolo.

ERA INNAMORATO DI DIO

Daniele era affascinate, ne eravamo tutti innamorati e lui era innamorato di Dio e così dava questa impressione di stare a metà strada, alto com’era, con in piedi ben piantati nel pantano umano e la testa bianca nel cielo.

Ricordo come una benedizione le ore in laboratorio di restauro, dove ci ha insegnato la cura e l’attenzione alle più piccole cose e dove si rideva lavorando. Quando poi c’era un passaggio particolarmente difficile o quando doveva fare qualcosa che non aveva voglia di affrontare, si metteva a canticchiare “il signore è il mio pastore” con l’accento veneziano che mai aveva perso: arrivare ai salmi era un segno di difficoltà affrontato cantando, senza spazientirsi o almeno spazientendosi con garbo.

Mi piaceva il suo modo di vivere, amava gli animali, era disordinato, era curioso, non dava giudizi, mi pareva leggero nonostante la sua mole, naturalmente vicino a Dio.

LA SUA CAMERA DELLE MERAVIGLIE

Era l’unica persona che io abbia conosciuto a possedere una vera wunderkammer, una camera delle meraviglie, il suo tesoro nascosto. Agli occhi dei più immagino che appaia come un magazzino di ciarpame e qualunque donna di casa lo avrebbe fatto sparire alla svelta, ma l’Abbazia è stata comprensiva e generosa e gli ha permesso di mantenere la collezione più straordinaria di eterogenee meraviglie raccolte in una vita intera: dai tappi di bottiglia alle cartoline di natale, dai cocci di stoviglie medievali agli animali impagliati. Insieme a frammenti di embrici romani, di stucchi antichi, convivevano microscopici frammenti di pergamena scritta, scatole di sassi provenienti da chissà dove, puzzle di intonaci dipinti. Abbiamo condiviso un entusiasmo adolescenziale per la scoperta, andavamo in giro a visitare luoghi storici e a controllare sotto gli intonaci moderni le tracce di antiche decorazioni, a lato delle pareti affrescate controllavamo sottarchi, sguanci delle finestre, lui grattava con un dito e spesso trovava.

IL FIUTO DI UN CANE DA TARTUFI

Aveva un fiuto da cane da tartufi negli scavi archeologici, sapeva ad istinto dove scavare, seguiva con ardente curiosità i lavori e si aggirava tra la terra di risulta portando sempre a casa qualche frammento scartato, considerandolo prezioso.

Per la mia tesi di laurea ho studiato alcuni affreschi così miseri e lacunosi che hanno interessato solo me e altre quattro persone, una era lui. Nei momenti di difficoltà Daniele sorrideva e non diceva niente, perché le cose importanti sono senza parole, oppure lui con le parole non si trovava troppo a suo agio, altra cosa che condividevamo.

In quegli anni cercavo di capire cosa fare della mia vita, sicuramente senza di lui sarebbe andata diversamente e mi sarei persa un bel po’ di bellezza; se oggi faccio un lavoro gratificante e che amo lo devo in parte anche a lui, allo sguardo curioso sulle cose che manteneva anche in vecchiaia, all’allenamento nello scoprire i dettagli, all’idea che traspariva nei suoi atti che anche se sembra che nulla sia importante, tutto lo è.

Vera Favro

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