Se il Coronavirus avesse vinto e se lo fosse portato via, uno dei suoi più grandi rimpianti sarebbe stato quello di non poter più riabbracciare con lo sguardo le cime delle montagne.

“A meno che dall’altra parte non ce ne siano di altrettanto belle o forse di più”, dice con leggerezza mons. Derio Olivero, il “vescovo alpinista”, titolare della cattedra di San Donato a Pinerolo, che ha rischiato di scivolare lungo la scalata più ripida della sua esistenza, quando, alcuni mesi fa, è stato per un lungo periodo in bilico fra la vita e la morte a causa della Covid-19.

“Se c’è una cosa che questa terribile malattia ci ha insegnato è il senso dell’imponderabile — aggiunge mons. Olivero — Pensavamo di avere raggiunto la vetta del cammino umano; in realtà è bastato qualcosa di invisibile a occhio nudo per piegare le nostre certezze, la nostra tracotanza e per rimettere in discussione tutto. Ma una cosa positiva, in tutto questo, c’è: alcuni di noi hanno scoperto il valore delle relazioni che ci sono mancate come l’aria durante il lockdown. Nonostante potessimo averne dei surrogati, attraverso i mille strumenti che la tecnologia ci offre oggi, anelavamo a vederci in faccia dal vivo, a toccarci e ad abbracciarci. La pandemia ci ha fatto capire che siamo parte di una cordata”.

E di cordate il vescovo Derio se ne intende, lui che ha raggiunto decine di vette, fra cui, per ben 27 volte, quella del Monviso.

Servizio su La Valsusa del 30 luglio (all’interno dello Speciale Estate).

Alberto Tessa

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