Leggendo l’ultimo libro del giornalista Nico Ivaldi, intitolato “Manicomi torinesi dal ‘700 alla legge Basaglia” (Editrice Il Punto- Piemonte in Bancarella, 14 euro), si matura la consapevolezza di quanto fosse, lei sì, matta la società che permise, per oltre due secoli e mezzo, la presenza di un’istituzione rivoltante come quella del manicomio. Attraverso il rigoroso racconto di Ivaldi, cronista d’altri tempi, sempre a caccia, in prima persona, di storie e di documenti, il lettore viene proiettato in una dimensione angosciante che tuttavia è soltanto un pallido riflesso di quanto deleterio potesse essere il ricovero, molto spesso a vita, all’interno dei manicomi di Collegno, di via Giulio a Torino (riservato alle donne) o in quello ancora più raccapricciante di Villa Azzurra, destinato ad accogliere i bambini e gli adolescenti. Sfogliando le pagine del libro, pare di sentire le urla dei ricoverati e il tanfo prodotto dal loro totale abbandono. Un abbandono che non era nemmeno la peggiore delle sciagure che potessero capitare fra le mura, un tempo ricettacolo di silenzio e preghiera, dell’ex certosa. Quando, infatti, la “Medicina” decideva di “curare” i pazienti, la tragedia era dietro l’angolo: botte da orbi date senza alcuno scopo e senza preavviso anche a chi non si dimostrava violento e, con il “progredire” del sapere, l’insulinoterapia e l’elettroshock, eseguito applicando elettrodi sulla testa del “matto” o, peggio ancora, ai suoi genitali. “Che cosa volete? È un’evoluzione rispetto alla pratica chirurgica della lobotomia!”, rispondevano i sostenitori del metodo, forse più un sadico divertimento fatto in cattiva fede che una vera intenzione di cura. Un film dell’orrore durato oltre 250 anni, senza soluzione di continuità, in cui era facilissimo essere reclutati per far parte della sceneggiatura. In manicomio, infatti, mica finivano soltanto i “matti” (qualsiasi cosa ciò volesse dire): alcolisti, autistici, persone con la sindrome di Down, criminali comuni, gente affetta da depressione o anche soltanto appena un po’ “stramba” e irriverente nei confronti di una società opprimente e ipocrita potevano trovarsi, nel giro di 24 ore o meno, dalla sicurezza della propria casa alla costrizione della camicia di forza o, peggio ancora, “crocifissi” a un letto. I manicomi, insomma, erano anche uno strumento di repressione. Non a caso, sotto il fascismo, parecchia gente “impazzì” improvvisamente, a partire dalla prima moglie del duce, Ida Dalser, e di suo figlio, Benito Albino, entrambi sepolti vivi in manicomio. Non mancano, poi, all’interno del libro, le storie che stringono il cuore, come quella del giavenese Giuseppe Versino (1882- 1963), un “matto tranquillo”, addetto alla pulizia dei corridoi del manicomio di Collegno che, ogni giorno, ripuliva accuratamente i pesanti stracci che usava nel suo lavoro, li sfilacciava e, con il materiale così ottenuto, si creava maglie e pantaloni (del peso complessivo di circa 43 chili) che non abbandonava mai, né in estate né in inverno; un tentativo, forse, di crearsi una sorta di “corazza” (ancora oggi visibile al Museo Lombroso di Torino) che lo proteggesse da quell’ambiente che era una sorta di dimenticatoio dell’umanità. A ricordare all’Italia l’esistenza di quei “sepolti vivi” pensarono alcuni psichiatri, pochi ma finalmente e realmente illuminati (e non dall’elettroshock), guidati da Franco Basaglia che non liberò i matti, ma fece in modo che la società fosse un po’ meno matta e trattasse i pazienti dei manicomi finalmente come persone e non come bestie o, peggio, come cavie di laboratori da fare invidia ai lager nazisti. “Manicomi torinesi”, insomma, celebra con efficacia i 40 anni di una legge che ridiede dignità a decine di migliaia di persone.

Alberto Tessa

Nico Ivaldi

Il giornalista torinese Nico Ivaldi

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