Non vivo in casa, con i miei genitori, da più di un mese. Abito nello stesso edificio, ma in un altro appartamento, per tutelarmi. Mia mamma è un’infermiera e, come tanti suoi colleghi, è stata chiamata alle armi, come dice lei, per affrontare il nuovo nemico. Da qualche settimana fa parte della squadra covid, schierata in prima linea, con la paura del contagio ma, soprattutto, con il timore di non fare abbastanza per i contagiati.

Mamma sente molto, fa suo tutto quello che la circonda. Vive il suo mestiere con professionalità e con cuore, con senso del dovere. Il suo è un sentire limpido, forte, vivo, che la fa tornare a casa da lavoro con mille emozioni nel petto e mille responsabilità nella testa. Spesso è stanca e provata, giù di morale e sconsolata, ma trova sempre la forza di raccontarmi e di trasmettermi quello che vive ogni giorno in quel reparto, che per noi che trascorriamo le giornate nella comodità delle nostra mura di casa è qualcosa di inimmaginabile.

Abbiamo un appuntamento fisso: il caffè. Quando fa il turno di mattina, è un caffè pomeridiano. Quando fa il turno di pomeriggio, è un caffè mattutino. Quando fa il turno di notte, dipende da quanto riesce a ritagliarsi uno spazio per dormire, riposarsi, rigenerarsi e staccare un po’ la testa. Che poi, a me, il caffè nemmeno piace. Ma entro in casa dei miei genitori volentieri, se so che posso scambiare due parole con lei. Quando entro in casa indossa sempre la mascherina. Sediamo ai due opposti del tavolo, entrambe a capotavola, per stare distanti. E poi, ogni giorno, inizia a versare fiumi di parole e io la guardo negli occhi, l’unico e importante dettaglio espressivo che le rimane con la mascherina indosso, e spesso sono commossi. Ed è quell’unico importante dettaglio espressivo che tutti i pazienti vedono e in cui tutti i pazienti ripongono fiducia. Lei vive la paura dei pazienti, il dolore, talvolta la morte. Ma quello che arriva quando mi racconta il suo ultimo turno in ospedale non è l’angoscia del vissuto, nonostante sia forte e incancellabile, ma la voglia di poter fare sempre qualcosa in più, di poter aiutare ancora un po’, di esaudire un ultimo desiderio, di portare un piccolo momentaneo attimo di sollievo ai pazienti, ai loro familiari, ai suoi colleghi. Sistemare meglio un cuscino, prendere la mano di chi è spaventato, battersi per un’ultima telefonata. Pettinare le persone prima di avviare una video-chiamata con la loro famiglia. Commuoversi e piangere, dall’inizio alla fine, per queste video-chiamate piene di affetto, speranza e tenerezza. L’umanità, nel mio cuore, porta il suo nome.

Ma non sono eroi, lei e i suoi colleghi. Sono infermieri, medici, operatori socio-sanitari che hanno scelto di mettere la propria professionalità a disposizione dell’emergenza, dei malati, delle loro famiglie, consci del rischio, ma disposti a correrlo. Fanno il loro lavoro, e lo fanno bene. Ve lo chiedo: ricordiamocene quando la bufera finirà. Ricordiamoci dei piccoli gesti, delle attenzioni personali, delle frasi di conforto che i professionisti sanitari spendono per ogni singolo paziente, che è prezioso, e come tale viene trattato. Non sono supereroi. Per me, sono superumani

Ilaria Genovese

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