“Incontro”, “relazione, che implica necessariamente il fare i conti con la diversità”, e “interazione, che significa aprire processi di conoscenza per far sì che nella differenza si impari a recepire il positivo dell’altro e ad offrire qualcosa di proprio”. Sono queste, per don Bruno Bignami, vicedirettore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei, con delega per l’Apostolato del Mare, le chiavi per un cambiamento reale nei confronti dei migranti.
“La Chiesa italiana, nella Lettera inviata alle comunità cristiane indica questi tre atteggiamenti che sono la proposta più seria per uscire dalla paura e per sfidare la globalizzazione dell’indifferenza”, ricorda in un’intervista pubblicata sulla sito della Campagna Cei “Liberi di partire, liberi di restare”, sottolineando che “paura e indifferenza sono due facce della stessa medaglia”. Entrambe infatti “dicono l’incapacità di incontrare l’altro, sia nel caso in cui mi volto dall’altra parte e non ho più la capacità di piangere per lui, sia nel caso in cui lo temo e dunque lo tengo fuori dall’orizzonte della mia vita”.
Ecco perché è fondamentale avviare processi educativi, “ad iniziare dalla parrocchia”. “Sono tante quelle che fanno integrazione, che fanno sentire a casa loro persone provenienti da altri Paesi e spesso di altre fedi. Basti pensare alle esperienze di doposcuola, di attività nel tempo estivo, di spazi di interazione per i ragazzi”, osserva don Bignami per il quale “altri luoghi in cui avviare questi processi sono gli oratori che rappresentano un’altra esperienza positiva a livello giovanile, ma anche le scuole cattoliche e quegli spazi della scuola in cui la Chiesa è presente”. Senza dimenticare “lo sport che può fare molto in termini di integrazione”.

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