Colloquio del Sir con Mons. Cesare Nosiglia, l’arcivescovo di Torino e Susa che va in fabbrica a parlare con gli operai e ricorda che la dignità arriva con il lavoro e la libertà. Sulla crisi Nosiglia ammonisce:
“La disuguaglianza si combatte, e si vince, con la solidarietà, la conoscenza diretta tra le persone. Se invece ci si rassegna al fatto che oggi le vite di tanti, dei giovani soprattutto, devono essere precarie, il gioco è fatto e tutti perdono”

Ha pagato il viaggio degli operai della Ex-Embraco per andare a Roma a parlare con Papa Francesco. E’ solidale con Cgil, Cisl, Uil per la “Vertenza Torino”. Richiama tutti, indifferentemente, alle proprie responsabilità. Parla di libertà e dignità del lavoro come condizioni irrinunciabili. Non è un prete-operaio, ma l’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, che al Sir spiega: “Da figlio ho visto le lotte e l’orgoglio di mio padre operaio alla Piaggio. Da prete è mio dovere stare vicino a chi è senza lavoro oppure rischia di perderlo”.

Monsignore, lei da sempre ha avuto una grande attenzione verso il mondo del lavoro e della produzione. Perché?

Torino è da sempre una città-laboratorio. Oggi è certamente l’esempio di città industriale che soffre un passaggio epocale e che cerca un nuovo “modello di sviluppo”. Il lavoro deve essere al centro. Il lungo ciclo espansivo del dopoguerra si è concluso da tempo. Ma senza occupazione non si costruisce nulla, senza condizioni dignitose di vita si è sempre precari in cerca di un avvenire stabile. E non si tratta solo di soldi, ma di scuole, trasporti, infrastrutture, assistenza sanitaria, accoglienza. Si è arrivati ad affermare che “Torino non è più Nord”, nel senso che molti degli indicatori fondamentali (il reddito, la qualità della vita e dei servizi), sembrano ormai distanti da realtà più dinamiche come Milano o il Nord Est.

C’è ancora speranza?

Certamente sì! Di tutto abbiamo bisogno, ma non di spaventarci, né di amareggiarci. Qui ci sono persone e strutture di studio che hanno solo bisogno di essere adeguatamente valorizzate per trovare sbocchi che “fanno futuro”. Bisogna però che ci siano la concordia e le politiche necessarie, per elaborare e realizzare progetti comuni. Non è certo facile.

Ci sono già degli esempi?

Basta pensare alle numerose piccole e medie imprese che sono cresciute con la Fiat e che oggi resistono guardando ai mercati esteri, stringendo i denti pur di non chiudere. Diversa, invece, è la
situazione che si crea quando arrivano grandi aziende da altri Paesi. Da questo punto di vista Torino è anche un campanello d’allarme per l’Europa che dovrebbe favorire l’integrazione e non la concorrenza sleale.

In un sistema produttivo come quello attuale, quali possono essere ancora gli “spazi di manovra” per il riscatto della dignità del lavoro?

La globalizzazione che stiamo vivendo ha compiuto 30 anni da poche settimane. Il risultato più vistoso è quello di un mondo sempre più interconnesso e interdipendente ma nel quale sembrano prevalere il profitto di pochi e la solitudine di molti. Non abbiamo ancora compreso bene quanto siano stati profondi i cambiamenti; e soprattutto non ci siamo sufficientemente attrezzati per esercitare una concreta vigilanza su quanto sta accadendo. In questo Papa Francesco ci sta dando lezioni molto importanti. Il suo puntare il dito sulla “logica dello scarto” dovrebbe portarci a riflettere in modo ancor più impegnativo sulle conseguenze di quello che avviene.

Quindi?

La dignità del lavoro si colloca in questo contesto. Se davvero è l’uomo al centro della creazione, dobbiamo batterci con ogni mezzo per affermare questo principio. Quando incontro gli operai nelle fabbriche vuote, mi è accaduto ancora recentemente con la ex-Embraco, ciò che mi viene trasmesso è anche la perdita di dignità che subiscono. Anche dal lavoro passa la dignità di una persona. Ma oggi si è perso il valore del lavoro. Certo, occorre fare attenzione: il nostro tempo chiede anche a ciascuno di noi capacità creative diverse. Trovare lavoro significa anche “inventare” il proprio lavoro, formarsi a una “mobilità sociale” che nasce non dalla necessità, ma dall’intelligenza di chi intuisce nuove opportunità. Puntare su un sistema formativo adeguato non è una opzione facoltativa, ma un investimento indispensabile.

Lei ha incontrato molte volte gli operai di diverse imprese in crisi, ed è loro vicino anche dal punto di vista materiale. Quali sono i sentimenti che le trasmettono? C’è rabbia? Oppure solo sconforto e senso di sconfitta?

Negli operai non c’è rabbia. C’è l’amara delusione per essere stati presi in giro, per le promesse che poi non sono state mantenute. Si tratta di persone deluse del loro presente e preoccupate del loro futuro, ma mai scoraggiate. Sono consapevoli delle difficoltà, ma pronti ad impegnarsi e fare la loro parte perché amano l’impresa in cui lavorano magari da anni. Io ho incontrato sempre persone molto responsabili e ricche di dignità, che dovrebbero essere prese a modello dagli imprenditori coinvolti. E d’altra parte vale lo stesso anche per molti imprenditori, che sanno bene come il capitale più importante per la loro impresa sia quello umano.

Rassegnazione, indifferenza, solitudine. Dalla sua esperienza a Torino immersa nella crisi cosa ci può dire?

C’è una cosa che più di altre mi preoccupa: che ci rassegniamo alla miseria. Nel territorio torinese più che altrove la crisi e i cambiamenti dei sistemi di produzione hanno aperto voragini mai viste.
Se ci rassegniamo ci cadiamo dentro. Oggi, diversamente da qualche anno fa, di questo sono convinti tutti. E si sta lavorando insieme per trovare percorsi nuovi. Una conferma di tutto questo è quanto si sta facendo intorno alla “Agorà del sociale”, l’iniziativa di confronto che la diocesi di Torino ha lanciato dal 2014. Certo, c’è la sensazione che ci manchino gli strumenti decisivi per affrontare problemi che hanno assunto carattere generale. Vale per i senzatetto, per gli operai, per gli anziani, per le famiglie senza risorse materiali ma anche (e forse soprattutto) culturali, per i giovani alle prese con il bullismo, per certe dipendenze dal gioco, per le difficoltà di dialogo fra famiglie e scuola. Penso alla droga con tutte le sue ramificazioni. Si tratta di problemi che vanno ben al di là dell’economia, certo, ma che hanno un filo rosso che li unisce. Poi certo c’è l’indifferenza verso il destino degli altri e del territorio dove si vive. E’ una indifferenza che porta alla solitudine. E di solitudine si muore.

E’ vero che ci sono due Torino?

C’è il rischio di avere “due città”: una comunità di garantiti, che sono in grado di affrontare le crisi senza risentirne troppo, e un mondo di persone sempre più in difficoltà. E queste due città si “conoscono” sempre meno, conducono vite differenti anche se i luoghi del divertimento sono, spesso, gli stessi, dove però migliaia di cittadini scivolano via come ombre. Invece queste due città devono conoscersi, parlarsi, confrontarsi, perché il nostro territorio è anche il nostro “destino”. Ci dobbiamo rendere conto che il territorio non è solamente un’espressione geografica.

Come si esce dalla crisi?

Allontanandosi dall’indifferenza. La disuguaglianza si combatte, e si vince, con la solidarietà, la conoscenza diretta tra le persone. Se invece ci si rassegna al fatto che oggi le vite di tanti, dei giovani soprattutto, devono essere precarie, il gioco è fatto e tutti perdono. Ho sperimentato in più occasioni il valore del coinvolgimento diretto. La presenza della Chiesa accanto ai lavoratori e alle loro famiglie ha un obiettivo preciso: servire di stimolo e, anche, da richiamo alla coscienza di tutti. Per questo cerco sempre di sollecitare un coinvolgimento diretto delle comunità cristiane locali, come è accaduto nel Chierese per l’Embraco o a La Loggia con la Mahle oppure a Settimo Torinese con la Olisistem.

Vale ancora rifarsi alla dottrina sociale della Chiesa?

Certo! Ma vorrei rispondere che l’insegnamento principale della dottrina sociale è la libertà della persona. E mettere al primo posto la persona, significa non considerare assoluti tutti i parametri del confronto sociale: il capitale e il lavoro, gli individui intesi come “risorsa”, il lavoro come merce, lo sfruttamento e il profitto come unici criteri per i quali vale la pena intraprendere e investire. Non sto difendendo l’impresa buonista. Le aziende devono avere i conti a posto. Ma tutto deve essere inserito in un “progetto di uomo e di mondo” più ampio e complessivo.

Occorre però imparare la libertà così come è necessario imparare a lavorare.

E’ vero. Se il lavoro è “continuazione della creazione”, è necessario anche apprendere come realizzarlo in modo sostenibile. In questo senso vanno gli insegnamenti di Francesco, ma anche la Populorum progressio e la Pacem in terris. Libertà poi non significa egoismo e fruizione individualistica di certi beni e servizi: ma è piuttosto la chiave per interpretare il senso della propria esistenza in rapporto all’intera comunità.

Monsignore, quindi cosa dobbiamo fare?

Giovanni Paolo II ha detto: “Non abbiate paura!”. Papa Francesco ci dice: “Il cristiano deve essere rivoluzionario!”

Andrea Zaghi

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