“Padre Nostro che sei in galera”, libro appena edito per i tipi di EMP, è un singolare commento al Padre Nostro nato dalle conversazioni avute dall’autore, fra Beppe Giunti, formatore volontario nel carcere di Alessandria, con molti detenuti ai quali chiedeva di raccontare le proprie riflessioni di fronte alle parole della preghiera di Gesù.

Questa esperienza di condivisione con il mondo del carcere e con quelli che san Francesco chiamava “fratelli briganti” è confluita in un centinaio di pagine dense di umanità e speranza, perché, al di là delle sbarre, nel duro contesto della galera, la preghiera del Padre Nostro assume significati del tutto nuovi e imprevedibili, risuonando più ricca, più dolorosa, forse più vera e incarnata nella nostra umanità, perché tutti siamo almeno un po’ fratelli e un po’ briganti.

Giunti ha dato così voce ai carcerati della Casa di reclusione «San Michele» di Alessandria, ponendosi in relazione con loro, qualunque fosse la loro storia, la sofferenza, a volte l’orrore di cui sono stati testimoni o, addirittura, protagonisti.

Attraverso le loro parole riportate nel libro emerge che la paternità/maternità di Dio non impicca il detenuto al suo passato, per quanto devastato e devastante, perché guarda alla persona in questo momento e ne sogna la rieducazione e la liberazione, praticamente come sancito dall’articolo 27 della Costituzione della Repubblica italiana, benché spesso disatteso.

Chiamando chi delinque “Fratelli briganti” è possibile tenere insieme la verità nativa di ogni persona, che rimane comunque un fratello, e la verità delle sue azioni, in questo caso negative e meritevoli di sanzione.

«Nelle rappresentazioni semplicistiche e artificiose che nutrono a volte il senso comune, i confini che separano il bene dal male sono netti, inappellabili, compatti come le mura del carcere; e chi sta al di là del muro, spesso non merita interesse, se non la morbosità degli episodi di cronaca – scrive nella postfazione al libro Domenico Arena, direttore dell’Ufficio interdistrettuale per l’esecuzione penale esterna di Torino – Chi, per professione o per vocazione, ha avuto modo di guardare da vicino quei confini sa bene quanto essi siano permeabili, frastagliati, talvolta impalpabili e quanto sgomento possa suscitare il vedere che il male esiste… anche se ogni essere umano è più del male che è capace di compiere. Questo non attenua la dimensione della responsabilità per gli atti che si sono compiuti, ma anzi la sollecita, non accontentandosi della perdita della libertà, ma chiamando in causa la consapevolezza e la riflessione degli uomini rispetto al male, in una dimensione di inclusione, piuttosto che di segregazione».

I diritti d’autore verranno devoluti alla Cooperativa Coompany& di Alessandria e finanzieranno il reinserimento sociale di persone detenute.

© Riproduzione riservata