È recente la nuova traduzione della preghiera del Padre Nostro volta ad allontanare l’idea che sia Dio a metterci nella tentazione. Leggo ora la pagina evangelica di domenica prossima con il problema di come tradurre la preghiera di Gesù. Matteo evangelista scrive che la tentazione di Gesù è stata messa in atto dal diavolo, ma che è stato lo Spirito a condurre Gesù nel deserto per essere tentato. Come capire tutto ciò? Vorrei provare a difendere l’utilità della tentazione e il suo valore formativo.

Non c’è scoperta di Gesù senza ricerca. Non c’è fede profonda senza scelta, senza prova, senza tentazione. Questa è una costante generale della vita. Non c’è il vero lasciare, il vero partire, il vero approdare senza attraversare e vincere la tentazione, senza la lotta con gli ultimi orpelli che trattengono dal vero partire, dal vero approdare. Il diavolo condusse astutamente la tentazione. Giocò proprio sulle parole di Dio che Gesù custodiva nel cuore come suo massimo tesoro: «Questi è il figlio mio prediletto». Il tentatore non suggerisce di compiere il male, ma di profanare e viziare il bene. Così suggerì a Gesù di usare la predilezione ricevuta dii Dio come spettacolarità, come miracolismo, come dominio. Tentò Gesù a fare il Cristo per sé stesso, per la sua popolarità, per la realizzazione del suo lo, anziché per il regno di Dio dove il più piccolo è il più grande.

Rimanere chiusi su sé stessi, anche mentre si parla di Dio, o del bene sociale, o della pace del mondo: questa è la tentazione. Si può rimanere suggestionati tutta la vita da una falsa religiosità. Lo Spirito Santo ci conduce nel deserto affinché siamo provati. Chi teme il deserto e la tentazione, ossia le prove dure della vita, ha svenduto sé stesso alla monotonia, al chiuso del suo piccolo mondo. La tentazione più subdola è sempre quella più suggestiva, poiché suggerisce il distacco dai grandi attaccamenti, ma non il distacco dai piccoli attaccamenti. L’attaccamento a cui si tiene di più è proprio il più piccolo: un’antipatia, un risentimento, un vizietto. Amare l’umanità intera costa meno che sopportare un familiare, un vicino di casa. Non si lega l’uccello con una corda, ma con un filo. Ma seppur legato a un filo sottile, uccello non vola.

La Quaresima giunge con la primavera; anzi, introduce alla primavera, quando l’aria profuma alla fioritura degli alberi. A questo porta l’esperienza della prova, della tentazione.

La tentazione di Gesù fu il deserto, nel quale trascorse quaranta giorni. Che cos’era il deserto? Era il luogo spoglio della vegetazione e in cui nulla si frappone fra la nuda terra e il cielo. La condizione esistenziale nella quale ogni creatura è sola con sé stessa, con la vita, la sua grandezza e unicità. Nel deserto ogni creatura è simile a un albero che, a causa delle intemperie, è improvvisamente privato di tutto: dei rami, delle foglie, degli uccelli, e che, ritirandosi in sé stesso a causa della vita che lentamente defluisce, si accorge della preziosità delle sue radici. Anche di queste si era dimenticato, nonostante che esse con il loro lavorio silenzioso gli dessero vita e lo sostenessero. Nel deserto tutto è ricondotto alla propria essenza, alla propria origine, a quel punto di partenza, prezioso e nascosto come la radice degli alberi. Il deserto ricorda che ogni creatura è nata da sola e muore da sola. Sola nel senso che nessun’altra può farlo al suo posto.

Oggi, per le comunità cristiane, i quaranta giorni della Quaresima sono l’invito a entrare nel deserto, a scoprire le proprie radici e permettere che da esse possa svilupparsi un albero nuovo, meno compiaciuto di sé, meno distratto dall’esterno, ma più solido, in grado di sopravvivere alle intemperie. Ben sapendo che il silenzio interiore, quello benedetto da Dio, non isola mai dalle creature.

don Luigi Berzano,
comunità della Valle,
sociologo

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