Riccardo Gioberto, per tutti “Ricky” o “Giobi”, è morto mercoledì 12 agosto a soli sedici anni, dopo due mesi di agonia seguiti al gravissimo incidente avvenuto il 6 giugno durante una gara di mountain bike downhill in Spagna.
Sedici anni è un’età che non dovrebbe conoscere la parola “fine”, ma solo l’inizio di tutto ciò che deve ancora accadere: i sogni che prendono forma, le strade che si aprono, le promesse che la vita fa ai ragazzi quando corrono incontro al futuro senza immaginare che possa spezzarsi. Ricky, figlio unico, viveva a San Didero con papà Massimo e mamma Sabrina. Da quattro anni aveva scoperto la passione per il downhill. Correva sulla sua bicicletta come si corre verso ciò che si ama davvero: il vento sul viso, la terra sotto le ruote, la sensazione che ogni discesa fosse un pezzo di vita che si apriva davanti a lui. Inseguiva la velocità, sì, ma soprattutto inseguiva quella libertà che gli faceva sentire che il mondo era grande e che lui aveva un posto tutto suo per attraversarlo.
Ricky non era solo un atleta. Nel cuore custodiva il sogno di diventare veterinario. Voleva curare gli animali, capirli, proteggerli. Era un sogno che diceva molto di lui, della sua sensibilità, della sua capacità di vedere la vita anche nelle forme più piccole e silenziose.
Quando “Giobi” scendeva con la mountain bike lungo un sentiero, “sembrava che la montagna gli sorridesse”. Ma quel 6 giugno, a La Molina, la montagna non ha sorriso. In pochi secondi, una gara come tante altre si è trasformata in un incubo. Una caduta, un impatto, un silenzio che non dovrebbe mai appartenere a un ragazzo di sedici anni. E poi quella telefonata che nessuna famiglia dovrebbe ricevere: poche parole, nessuna certezza, solo paura.
Mamma e papà si sono messi subito in viaggio verso Barcellona. Otto ore di macchina, otto ore di angoscia, otto ore in cui ogni chilometro sembrava un precipizio. Al loro arrivo, i medici hanno detto ciò che nessun genitore dovrebbe mai sentire: forse Ricky non sarebbe sopravvissuto. E se anche ce l’avesse fatta, le lesioni cerebrali sarebbero state gravissime, permanenti.
Da quel giorno, la vita è diventata una stanza d’ospedale. Una stanza dove Ricky ha affrontato interventi neurochirurgici, una paralisi dell’intero lato destro del corpo, uno stato vegetativo che non lasciava certezze: nessuno sapeva dire se avrebbe potuto tornare a vedere, sentire, comunicare.
Eppure, in quella stanza, ogni giorno accadeva qualcosa di immenso: la speranza non moriva. “Mamma e papà -scrive zia Romina in un post su facebook – trascorrevano fino a quattordici ore accanto al suo letto. Gli tenevano la mano, gli parlavano, gli raccontavano il mondo che lo aspettava. Lo incoraggiavano a lottare, anche quando la lotta sembrava impossibile. Lo facevano in un Paese straniero, circondati da una lingua che non parlavano, lontani da casa, dagli amici, dalla loro vita. Ogni sera rientravano in una stanza d’albergo che non era casa, solo per ricominciare tutto da capo il giorno successivo“.
Una battaglia fatta di amore, di paura, di attesa. Una battaglia che racconta la forza di una famiglia e la fragilità della vita. Ricky era un ragazzo che inseguiva la vita, che amava gli animali, che amava la velocità, che amava il futuro. Un ragazzo che non meritava questo destino.
Nei primi giorni di agosto, dopo un viaggio organizzato con ogni cura e un trasporto aereo speciale, Ricky è finalmente tornato in Italia. All’Ospedale Regina Margherita di Torino ha proseguito la sua battaglia, circondato dall’affetto dei suoi genitori e da quella speranza che non aveva mai smesso di accompagnarlo. Ma oggi quella speranza si è spenta. Il cuore di Ricky ha smesso di battere, lasciando un vuoto profondo a San Didero e in tutta la Valle.
Riccardo era un ragazzo che portava luce. Luce nei sentieri che percorreva in bici, luce nei sogni che custodiva, luce negli occhi di chi lo conosceva. Aveva un futuro davanti a sé, un futuro che profumava di animali da curare, di gare da vivere, di vita da costruire.
Ricky però continuerà a vivere in ciò che ha lasciato: nei sentieri che hanno conosciuto la sua bici, nei sogni che non ha fatto in tempo a realizzare, negli occhi dei suoi genitori, di zia Romina, dei nonni e di tutti coloro che lo hanno amato. Ci sono ragazzi che, anche quando se ne vanno, non smettono di esistere: restano nel vento che scende dalle montagne, nelle storie che li raccontano, nel silenzio che li ricorda. Ricky è uno di loro. E continuerà a correre, da qualche parte, dove la vita non conosce più la parola “fine”.
Claudio Giovale















