E fu così che Sergio Vigna cadde in tentazione e si diede alla spy story con il suo ultimo libro, intitolato “Un amore pericoloso” (ArabAFenice edizioni, 220 pagine, 16 euro).

Ha ragione Sergio Pent, nella sua prefazione, a scrivere che questo romanzo non appartiene a un genere ben definito — e questa è la sua forza, perché non deve render conto a nessuno schema preconfezionato — ma resta il fatto che uno dei pochi autori locali che non aveva ancora ceduto alle sirene (intese come mitologici mostri tentatori ma pure come lampeggianti accesi) del giallo ci è cascato e ha preso la via del thriller o di qualcosa di simile.

Ma il risultato non è affatto spregevole, anzi.

L’elegante e approfondita descrizione dei personaggi che caratterizza da sempre i racconti e i romanzi di Vigna (che è davvero uomo di mondo, pur non avendo fatto il militare a Cuneo come tanti millantatori) ha aiutato l’autore a rendere credibile l’intreccio di questo romanzo che si sviluppa su due piani, geografici e temporali, diversi: Torino e la Lapponia, terra, quest’ultima, che finalmente non è descritta come la pacchiana regione in cui abita Babbo Natale, ma dimostra la sua natura selvaggia e pericolosa.

Servizio su La Valsusa del 10 dicembre.

Alberto Tessa

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