Oggi, a fronte di decenni in cui il focus di ricerca sulla prima infanzia era pressoché unicamente centrato sull’attaccamento madre-bambino, abbiamo a disposizione un massiccio corpus di ricerche volte ad approfondire il ruolo e il coinvolgimento paterno nello sviluppo infantile.

Silvia Cescato, sul Journal of Theories and Research in Education 12, 2 (2017), ha fornito molti elementi utili per avere un quadro più preciso sull’importanza e la significatività del ruolo paterno nella crescita e nell’educazione dei bambini.

Oggi è sempre più valorizzato il contributo paterno nei termini di ‘capitale sociale’/umano e non più solo “dispensatore di sostegno economico”.  La specificità che la figura maschile riveste nelle sue modalità di cura, comunicazione, interazione, sostiene e orienta la separazione del bambino dalla madre, contribuendo ad allargare la relazione madre-figlio e facendo in modo che la separazione non sia vissuta come distacco/privazione, , quanto piuttosto come un momento ‘naturale’ di passaggio, di transizione a nuove interazioni (padre-figlio, madre-padre-figlio, altre figure extra-familiari).

Gli studi riportati depongono per il fatto che il padre è estremamente importante già dai primi anni di vita.

Un numero consistente di studi negli ultimi anni ha evidenziato l’importanza che il rapporto con il padre ha per lo sviluppo infantile, la cui influenza, specie nella prima infanzia, è stata sottovalutata’ (Di Folco & Zavattini, 2014).

Altri autori offrono un ulteriore spunto di riflessione sulla figura paterna, suggerendo l’idea che il padre possa avere una funzione specifica nella relazione col bambino, che non va a sostituire, bensì si aggiunge a quella già presente con la madre (figura che solitamente è il caregiver primario). Secondo questi autori, la relazione padre-bambino si può intendere come un sistema di equilibrio tra i comportamenti d’attaccamento (con il caregiver primario) e quelli di esplorazione.

Lamb ha trovato che il bambino dirige l’attaccamento verso ambedue i genitori, ma con una preferenza verso la madre, mentre il comportamento di affiliazione è più sviluppato verso il padre” (Smorti, 2001). Studi sulla Strange Situation Procedure (focalizzata sulla reazione del bambino al momento della separazione dalla figura di attaccamento) hanno inoltre mostrato che quando un bambino ha un attaccamento sicuro al padre in sua presenza mostra maggior interesse verso l’estraneo e questo potrebbe ricondursi al fatto che il tipo di interazione maggiormente fisica con il padre, centrata sul piacere del rischio (es. far roteare il bambino, lanciarlo in aria ecc.) possa rendere il bambino maggiormente interessato alle situazioni nuove.

Recenti ricerche confermano che la sicurezza nella relazione padre-bambino è connessa a minori problemi comportamentali, maggior socievolezza e migliore qualità delle interazioni tra pari (Di Folco & Zavattini, 2014). “Una relazione sicura con il padre può costituire un fattore buffer (tampone) rispetto all’eventualità di un attaccamento insicuro con la madre, oltre ad avere un valore predittivo rispetto alla capacità di regolazione delle emozioni e al superamento di problemi comportamentali in età scolare”.

Gli uomini sembrano usare stili di interazione “più enfatici”: giocare alla lotta, fare piroette e volteggi, usare un certo modo di tenere i bambini, di prenderli per mano, di vestirli…Gli approcci paterni non sono gli stessi  di quelli materni e una combinazione dei due apporti sembra avvantaggiare lo sviluppo del bambino. Se la figura materna si connota come ‘base sicura’ , consolando il bambino quando piange, stimolandolo in modo ritmico, modulando il proprio tono di voce, comportamenti affiliativi, come smorfie, sorrisi, vocalizzazioni, giochi di tipo fisico distinguono il  padre come figura di protezione e di conforto. Così, mentre il ruolo della madre nella crescita del figlio sembra essere più legato all’attività del prendersi cura (caregiving) il padre favorirebbe l’esplorazione, promuovendo nel bambino l’apertura verso il mondo esterno, ma anche regolando per esempio comportamenti aggressivi, promuovendo lo sviluppo del senso di disciplina e la capacità di auto-regolazione.

Negli studi riportati merita attenzione anche l’influenza reciproca che esiste nella relazione padre-bambino: la risposta paterna ai segnali del bambino sembra influenzare non solo quest’ultimo, ma i padri stessi. Recenti contributi di studio sull’attivazione neuro-endocrina hanno mostrato infatti significative variazioni nei livelli ormonali dei neo-padri nell’interazione con i figli (Gordon, Zagoory-Sharon, Leckman& Feldman, 2010): l’aumento nella produzione di ossitocina ecc. Pertanto i momenti di cura e di interazione che coinvolgono contemporaneamente padri e figli generano cambiamenti di stato, a livello psicofisiologico, in entrambi i partner dell’interazione.

Finora quasi nessuno si era interessato alle basi cerebrali dell’esperienza della paternità e alle somiglianze e differenze con quanto avviene nel cervello materno.
Uno studio condotto da ricercatori dell’Università Bar-Ilan a Ramat-Gan, in Israele e pubblicato su “Proceedings of the National Academy of Sciences” ha dimostrato che la cura dei figli da parte del padre si basa sullo stesso substrato di circuiti neurali che sono mobilitati nella donna, circuiti che sono plasmati dall’esperienza stessa della cura per il piccolo.
Ruth Feldman e colleghi hanno monitorato le risposte cerebrali di 89 genitori alle prese con il loro bambino, suddivisi in tre gruppi 20 mamme eterosessuali che avevano la responsabilità primaria dell’accudimento del bambino, 21 padri eterosessuali con una responsabilità secondaria di accudimento (assolto principalmente dalla partner) e 48 padri omosessuali responsabili primari del piccolo. I ricercatori hanno valutato la risposta cerebrale dei soggetti a stimoli infantili sia attraverso la risonanza magnetica funzionale, sia misurando il livelli di ossitocina circolante, sia osservandone il comportamento.
I risultati hanno rivelato che tutti i genitori che si dedicano all’accudimento mobilitano due sistemi cerebrali, integrandoli tra loro: la rete dei circuiti dell’elaborazione emotiva (che comprende le strutture sottocorticali e paralimbiche, fra cui l’amigdala), e la rete di “mentalizzazione” (che coinvolge la corteccia frontopolare-mediale-prefrontale e il solco temporale superiore).
Le madri hanno mostrato una maggiore attivazione nella rete di elaborazione emotiva e i padri in quella dei circuiti sociocognitivi.
Inoltre, nei padri accuditori primari si ha un livello di attivazione dell’amigdala uguale a quello delle madri (superiore ai padri accuditori secondari), ma anche una forte attivazione del solco temporale superiore (STS), paragonabile a quella dei padri accuditori secondari. Per di più, nei padri accuditori primari la connettività funzionale tra amigdala e STS era superiore a quella dei due altri gruppi di soggetti. In ogni caso, in tutti i padri il livello di questa connettività era direttamente proporzionale al tempo dedicato alla cura del piccolo.

I risultati degli studi citati dimostrano, anche con dati scientifici, l’importanza della figura paterna nel legame con i figli che i vari contesti educativi devono riconoscere, legittimando le differenze e le capacità che ogni caregiver possiede.

Dott.ssa Sara Anselmetto

Psicologa

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