Sono le 3 della notte, quel 25 dicembre 1989, quando ci lasciamo alle spalle il monastero di Santa Caterina per iniziare la salita sul Sinai.

Tre ore di camminata: faticosa, al buio, su un sentiero pietroso. Le stelle paiono essere lì, basta allungare un braccio per poterle toccare, mentre illuminano il cammino rendendo superflua la torcia. Intorno, un grande silenzio interrotto soltanto dal rumore dei passi e da qualche beduino che, spuntando da un anfratto nascosto, dice “camel, camel”.

Basta un cenno e si potrebbe arrivare appena sotto la vetta in groppa al dromedario. Ma salire a piedi, passo dopo passo, sentendo pian piano la fatica nelle gambe dà il tempo di riflettere, pensare, pregare.

Fa freddo di notte sul Sinai, c’è vento e così la sciarpa – non tanto pesante perché in Egitto e in Palestina il clima a dicembre è abbastanza mite – diventa un copricapo per proteggere le orecchie.

Quando la cima pare ad un tiro di schioppo, ci sono i 750 gradini finali della Scala del Pentimento: decisamente pesanti perché sono scalini scavati nella roccia di granito.

È l’ultimo sforzo per arrivare ai 2.285 metri di questa montagna sacra.

Giunti in vetta, un turbinio di sensazioni si aggrovigliano nella mente: essere sull’Oreb, il Gebel Musa in arabo, nel luogo dove Mosè ricevette i dieci comandamenti, tocca le corde più profonde dell’anima.

Vedere il sole che sorge, la luce che vince le tenebre e illumina il mondo, è qualcosa che non ha prezzo.

Il racconto continua su La Valsusa del 20 dicembre.

Carmen Taglietto

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