Era comparso nella vetrina della bottega – bazar del mio paese verso metà di novembre.
Stava lì in compagnia di due o tre scatole di pastelli Giotto, un righello e una squadra di legno, uno spruzzatore per profumo con la sua pompetta di gomma, una serie di pettini in finta tartaruga con impresso il marchio dorato “Non plus ultra” (cosa vorrà dire?), ma anche di una famiglia di caffettiere napoletane dalla più grande alla più piccola, un servizio di tazzine da caffè bianche con le stelline dorate…
Era un salvadanaio, ma non uno qualsiasi!
Non aveva neppure la forma panciuta da salvadanaio né quella di porcellino; era una piccola cuccia per cane, di latta con colori vivaci.
Il cane era dipinto sulla porta, quando cercavi di aprirla cacciava fuori una lingua rossa tanto spropositata da reggere una moneta; facendo scattare una molla il cane tirava dentro la lingua e si mangiava il tesoro.
La bottegaia mi aveva spiegato che sul fondo c’era uno sportellino, con una piccolissima, deliziosa chiave, per recuperare il malloppo.
Fu amore incondizionato a prima vista, un vero colpo di fulmine.
Ogni giorno passavo a rivedere quella meraviglia e per settimane ho insistito con mia mamma perché informasse Gesù Bambino di questo mio grande desiderio.
Lei stava sì ad ascoltarmi, ma poi era evasiva, non si impegnava in promesse e continuava imperterrita le sue faccende di casa.
Un giorno il salvadanaio sparì dalla vetrina.
Ebbi un tonfo al cuore.
Gesù Bambino l’aveva comprato per qualche altro bambino?
Inutile chiedere informazioni alla bottegaia: diceva che non si ricordava, sembrava che non l’avesse mai visto. Che me lo fossi sognato?
Il mattino di Natale, vicino al mio cuscino, avvolta nella carta con le stelle e poi nella velina, c’era la piccola cuccia di latta con il cane dalla grande lingua rossa.
Fu gioia piena.
Lo conservo ancora fra i regali più preziosi.

Luigi Donetto

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