Michelangelo sosteneva che scolpire non fosse altro che trarre dalla materia, dal marmo, forme che già esistevano dall’eternità e che non aspettavano altro che essere “liberate”.

La grandezza dell’artista starebbe dunque nel sapere liberare l’Arte nel momento più opportuno.

Un ragionamento analogo può essere fatto per Giulio Rapetti, più noto con lo pseudonimo di Mogol, intervenuto venerdì 3 settembre al parco Robinson di Almese, nell’ambito del festival di Borgate dal Vivo, insieme a due straordinari musicisti, Stefano Nanni alle tastiere e Riccardo Cesari alla chitarra e alle percussioni, e a un’altrettanto brava cantante: Monia Angeli.

Mogol è un artista delle parole; con esse ha lavorato, giocato, sudato, si è divertito e il frutto del suo lavoro è stato “spremuto” in canzoni che sono oggi immortali, anzi, eterne. Non soltanto l’attenzione al significato dei testi è stata una sua ossessione, ma anche la cura del suono delle sillabe, come un lirico greco, lo ha guidato in almeno sei decenni di scrittura, con brani che paiono la voce dell’universo.

Ad Almese, Mogol ha raccontato sé stesso. Lo ha fatto concentrando l’eterno in due ore o poco più e narrando in quali circostanze alcune canzoni scritte da lui siano nate.

Articolo completo su La Valsusa del 9 settembre.

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