E’ una storia a metà strada tra la crisi industriale e l’intricata vicenda giudiziaria di un imprenditore quella della Alcar, gruppo industriale che opera nel settore delle macchine movimento terra con due stabilimenti: uno a Lecce e l’altro a Vaie, nel cuore della Valle di Susa.

Una crisi iniziata alcuni anni fa, all’inizio della pluriennale crisi economica che ha morso senza pietà il sistema produttivo e sociale non solo italiano ma europeo e mondiale. Anni nei quali i dipendenti dell’Alcar 170 a Vaie)  si son trovati a fare i conti con un lavoro sempre più precario giungendo al punto di stipulare uno strano patto con l’azienda: “Noi prestiamo all’azienda una quota delle nostre retribuzioni che, al più presto, non appena le acque saranno meno agitate, ci verrà restituita”.

Il problema? Che la tempesta, di fatto, non è mai cessata. L’ultimo episodio, da arma letale, nello scorso mese di giugno, quando uno dei manager del gruppo, con sede legale in Puglia è stato arrestato insieme al figlio e alla segretaria per varie ipotesi di reato: riciclaggio, autoriciclaggio e bancarotta fraudolenta. Roba da fiction televisiva.

Qualche tempo dopo, l’Alcar ha presentato istanza per ottenere il Concordato Preventivo che, stando all’azienda stessa, sarebbe stata accettata.

Adesso, sempre stando alle indiscrezioni, il tribunale di Lecce avrebbe imposto all’azienda forti limitazioni nella capacità di spesa; se così fosse la capacità produttiva dell’azienda sarebbe fortemente compromessa. Di qui la decisione aziendale di fermare (temporaneamente?) gli stabilimenti.

A tutta questa serie di grane si è aggiunta la pandemia che ha consentito solo al 30 40 per cento della forza lavoro di partecipare all’attività produttiva.

Una situazione che interroga anche il “sistema “ politico e sociale della Valle di Susa che rischia di perdere un altro pezzo importante insieme a un alto numero di posti di lavoro.

B.A.

© Riproduzione riservata