Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla: la memoria è un dovere, soprattutto quando riguarda avvenimenti non poi così lontani dal presente. Tra quei punti fermi c’è sicuramente il 25 aprile, un giorno che ancora oggi ci insegna il valore della libertà.

Un ricordo che deve trasformarsi in impegno, in questi tempi duri dove un partito qualunquista rifiuta di celebrare una festa nazionale”, per dirla con le parole del partigiano torinese Bruno Segre. Allora a maggior ragione, in questo paese immemore, abbiamo bisogno di celebrare il 25 aprile, così come abbiamo il dovere di ricordare chi ha perso la vita per donarci la democrazia e quella libertà che, paradossalmente, permette a ciascuno di noi di esprimere la propria opinione.

Chi fa politica, poi, quella storia deve studiarla, sentirla propria, perché la nostra Repubblica è nata dal sacrificio di migliaia di persone. La Liberazione non è un derby tra comunisti e fascisti, né una commemorazione fine a se stessa. La Liberazione è, invece, la festa di tutti gli italiani, di un paese che finalmente torna a far sentire la propria voce, che sceglie di ripudiare qualunque forma di discriminazione, razzismo e guerra.

Dove sono, oggi, quegli ideali? Non possiamo lasciarli sbiadire come una vecchia fotografia, perché sono i lineamenti che compongono l’identità del nostro paese, i valori da cui non si può prescindere quando si guarda al futuro. Il presente è incerto: se da un lato troviamo chi, senza vergogna, alza il braccio teso inneggiando a Mussolini, dall’altro troviamo tanti altri pronti a condannare questo reato, a riconoscerne la pericolosità.

Il tempo, tuttavia, “livella i ricordi e confonde la memoria, mentre le persone muoiono e le generazioni passano”, ha spiegato la senatrice Liliana Segre. Così, lentamente, perdiamo un po’ della nostra libertà quando dimentichiamo da dove proviene.

In quest’oblio, con coraggio, resiste soltanto la memoria di chi le storie dei partigiani le ha sentite anche un po’ sue. Stiamo perdendo i testimoni diretti, è vero, ma le loro parole sono vive, basta continuare a raccontarle.

Per questa ragione, in occasione del 74° anniversario della Liberazione, i nipoti di alcuni partigiani valsusini hanno scritto un pezzo di storia della Resistenza e hanno così dato una risposta concreta a chi sostiene che la storia della libertà si possa paragonare alla tifoseria da stadio.

Su Valsusa Giovani, questa settimana, troverete la storia di due partigiani della 42ª brigata Garibaldi. Partigiani di ieri, partigiani di oggi.

Articolo completo su La Valsusa di giovedì 2 maggio.

Alessia Taglianetti

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