“A scuola ho studiato i campi di concentramento nazisti quando avevo la vostra età e li immaginavo come qualcosa di orribile ma di molto lontano dalla mia esperienza. Mai avrei immaginato che io stessa, nella mia terra, sarei finita in uno di quei luoghi dell’orrore e, una volta dentro, mai avrei pensato di uscirne viva”.

Norma Berti abita in Italia da qualche decennio, ma è nata e cresciuta in Argentina, a Córdoba e, soltanto per caso, o per fortuna, non ha fatto la fine di decine di migliaia di desaparecidos; ragazzi com’era lei allora che, durante la dittatura militare di Videla (1976- 1983), furono  arrestati, torturati e fatti sparire in laghi, fiumi, nell’Oceano Atlantico (con i cosiddetti “voli della morte”) e in centinaia di fosse comuni improvvisate.

Vera Vigevani Jarach, Madre de Plaza de Mayo, giornalista per 40 anni, cittadina onoraria di Giaveno dal gennaio di quest’anno, italiana ebrea perseguitata dal regime fascista e riparata in Argentina, ha voluto che fosse la sua amica Norma ad aprire l’incontro con i ragazzi delle classi terze della scuola media “Gonin” di Giaveno, martedì 30 ottobre.

Vera in quella dittatura perse la sua unica figlia, Franca, appena diciottenne, di cui porta sempre sul cuore una spilla con il suo volto: un’immagine scattata dal fidanzato, un fotografo dell’agenzia Reuters.

Vera si è battuta per 20 anni, ma alla fine ha scoperto il tragico destino di sua figlia e da allora continua a battersi perché crimini del genere non si ripetano mai più, nunca más.

Articolo completo su La Valsusa del Primo novembre.

Alberto Tessa

 

© Riproduzione riservata