Si dice che Luchino Visconti, per girare “Il Gattopardo”, si servì di arredi e stoviglie originali risalenti alla metà dell’Ottocento o antecedenti. Di più: fece riempire gli armadi di tovaglie tessute nel Risorgimento e i cassetti con l’argenteria dell’epoca, anche se non era previsto che questi oggetti fossero inquadrati; il tutto, diceva il grande regista, venne fatto per aiutare gli attori a immergersi completamente nella Sicilia prima dei Borbone e poi dei Savoia, cercando di tradire il meno possibile la verità storica.

La stessa fedeltà maniacale alla realtà, colma di dotti riferimenti, può essere ritrovata nei dipinti del Maestro Antonio Nunziante, pittore di origini partenopee che da decenni ormai vive e lavora a Giaveno, quando non è in giro per il mondo a far conoscere le sue opere.

Parlare di fedeltà al reale riferendosi a Nunziante può sembrare un paradosso, dato che molte sue opere appaiono astratte o, perlomeno, di derivazione onirica.

Eppure, ogni oggetto rappresentato sulla tela dal maestro giavenese esiste nella realtà e, generalmente, è per Nunziante colmo di significati profondi e personali: è la sovrapposizione di più piani del reale in un unico dipinto a creare nei suoi quadri quel gusto “metafisico” (il riferimento a Giorgio De Chirico non è casuale), talvolta surrealista.

Entrare nel suo studio di via XX settembre a Giaveno significa poi immergersi in un’atmosfera quasi rinascimentale, dove il Maestro e i suoi nove assistenti creano da zero persino i colori, proprio come si faceva in una bottega delle Fiandre (o di Firenze o di Roma…) 500 anni fa.

Ampio servizio su La Valsusa del 9 gennaio.

Alberto Tessa

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