Forse non molti sanno che una parte non trascurabile della città di Torino beve, cucina, lava e si lava grazie a un acquedotto situato  proprio a Sangano.

Era il 1832 e una Torino sempre più popolosa (circa 150mila abitanti) esigeva ogni mese che passava una razione di acqua superiore ai periodi precedenti. La rete idrica storica non bastava più a soddisfare le richieste e, per evitare concreti rischi di epidemie, la regina Maria Cristina, vedova di re Carlo Felice di Savoia, deceduto l’anno prima, incaricò l’ingegner Ignazio Michela di studiare una soluzione. Soluzione che il Michela trovò proprio nelle falde acquifere della bassa Val Sangone che vennero incanalate e portate fino a Torino.

Naturalmente, pur non esistendo ancora l’Italia, i lavori per la costruzione dell’acquedotto furono fatti in tempi molto italici: ci volle infatti oltre un quarto di secolo perché l’acqua valsangonese potesse zampillare finalmente in Piazza Carlo Felice a Torino (con uno spruzzo alto circa 25 metri, poi drasticamente e per ovvi motivi ridotto, come ci riferisce l’edizione de La Gazzetta del Popolo datata 7 marzo 1859) e dissetare una buona fetta di torinesi. Tempi italici ma efficienza piemontese, se è vero che dal 1859 a oggi l’acquedotto albertino di Sangano (chiamato così in onore di re Carlo Alberto) non ha mai subito alcun intervento di restauro o consolidamento e pare non averne la necessità per almeno un altro paio di secoli. Impresa riuscita soltanto agli acquedotti dell’antica Roma che, in parte, funzionano ancora oggi dopo due millenni dalla loro costruzione.

Un unico cruccio: a inaugurare l’opera sarebbe dovuto intervenire anche Camillo Benso, conte di Cavour (che di opere idriche se ne intendeva: si pensi al canale Cavour), ma visto il periodo (1859), la questione dell’Unità d’Italia ebbe la priorità assoluta su tutto il resto.

Oggi l’acquedotto sanganese, gestito dalla Smat, è stato integrato da altre reti, ma continua a fornire acqua al capoluogo subalpino con una media di 400 litri al secondo, ma con punte che superano i 650 litri e non scendono mai al di sotto dei 100, anche in periodi di grave siccità.

L’acqua fornita, inoltre, è di una purezza estrema, come già constatavano i chimici a metà del XIX secolo: “L’acqua del Sangone è acqua potabile dolce, non selenitosa, con appena 19 milligrammi di carbonato di calce, limpida e purissima e cuoce i legumi in un’ora e mezza, mentre con quella della fontana di Santa Barbara, dei pozzi di Torino e della Cossola ci vogliono due ore”. Sarebbe interessante leggere pure oggi, sulle etichette delle acque minerali che beviamo, oltre agli esiti delle analisi chimico- fisiche, anche quanto tempo impiegano a fare cuocere i fagioli…

L’acquedotto  sanganese sarà aperto domenica 14 ottobre, dalle ore 10 alle 12,30 e, di nuovo, dalle 14 alle 18, in occasione delle Giornate d’Autunno del Fai. In quella giornata i visitatori potranno vedere anche alcune gallerie finora mai aperte al pubblico.

Alberto Tessa

Le Gallerie Baronis che riforniscono l’acquedotto di Sangano

Sorgenti captate all’interno delle Gallerie Baronis

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