I valsangonesi che hanno dai 30 anni in su si ricordano ancora di un ospedale di Giaveno pienamente operativo ed efficiente, in grado di soddisfare un ampio numero di esigenze di tipo sanitario: dalla piccola ferita che andava suturata all’intervento chirurgico d’emergenza, intere generazioni di valligiani sono transitate, almeno qualche volta, nelle sue stanze.

Moltissimi, compreso chi scrive, sono nati nella sua sala parto, ormai chiusa da tanti anni, mentre i bimbi che oggi “vogliono” a tutti i costi cominciare a vedere il mondo  proprio da Giaveno (qualcuno c’è) devono farlo a bordo di auto o di ambulanze che viaggiano a tutta velocità verso l’ospedale (vero) più vicino: Rivoli.

L’ormai ex ospedale di Giaveno, da tempo declassato a “polo sanitario” (e che un domani, forse, sarà rinominato “casa della salute”), che tante certezze ha distribuito alla popolazione per almeno un paio di secoli, è oggi infatti un grande punto interrogativo situato sulla sponda sinistra del rio Ollasio ed è ancora alla ricerca di una sua collocazione precisa all’interno della sanità contemporanea che tende a privilegiare, per motivi economici e politici, la città, a discapito della provincia.

Lo spiega bene Elisa Bevilacqua, giornalista del settimanale “L’Eco del Chisone”, che, all’interno del suo nuovo libro, intitolato “Vita, morte e… Miracoli dell’ospedale di Giaveno” (Echos Edizioni, 15 euro) ripercorre le tappe salienti di una struttura nata, di fatto, nella seconda metà del XVIII secolo, ma le cui radici affondano in un tempo ancora più lontano, quando pestilenze ed epidemie di vaiolo, difterite e altre malattie spesso mortali erano molto frequenti e a Giaveno mietevano centinaia di vite ogni anno.

La prima presentazione del libro si terrà, sabato primo dicembre, alle 17, proprio all’interno dell’ex ospedale (nella sala d’attesa della guardia medica). Dialogherà con l’autrice il consigliere delegato alla Cultura, Edoardo Favaron.

Articolo completo su La Valsusa del 29 novembre.

Alberto Tessa

Elisa Bevilacqua

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